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Vivere e morire a Los Angeles, di William Friedkin

Trama ( fonte:trovacinemaRepubblica.it)

Per vendicare la morte di un collega anziano in gergo: il suo “gemello” l’agente federale Chance (W.L. Peterson) dà la caccia al pittore falsario Masters (W. Dafoe), aiutato dal nuovo “gemello” Vucovich (J. Pankow), seguendo una sola regola: quando ti hanno ammazzato il migliore amico, non esistono regole.

Il successo di una serie come True Detective sembra aver risvegliato anche in ambito televisivo e cinematografico l’interesse per il giallo/noir. Interesse invero mai passato del tutto ma attraversato come tutte le narrazioni longeve da periodi di flessione.

Gli anni ’80 del secolo scorso avevano visto una notevole produzione di cinema di genere e tra essi, thriller, polizieschi e noir presentavano una fetta sensibile dei titoli usciti. Grazie al noir c’era stato l’esordio fulminante dei fratelli Coen con Blood Simple, il successo di cassetta della serie di Beverly Hills cop con Eddie Murphy, l’avvento di un nuovo modo di fare serial con Miami Vice. Gli anni ’80 erano un frullatore nel quale musica, nuovi linguaggi, edonismo reaganiano e velocità si centrifugavano costruendo un immaginario che cercava di esorcizzare le inquietudini di fine millennio ed esaltare un modello che non resse il decennio.

Negli anni ’80 uscì anche uno dei migliori noir di William Friedkin, Vivere e morire a Los Angeles (To live and die in L.A.).

Su Friedkin ci sarebbe da scrivere un saggio, non certo solo un misero post. Regista dall’occhio personale unico, tecnica impeccabile e con una capacità rara di costruire un realismo nello stesso tempo così tangibile e anche allucinato. Con Il braccio violento della legge aveva infranto la narrazione canonica del poliziesco/noir al cinema, costruendo contemporaneamente un racconto straordinariamente vero senza rinunciare all’aspetto “fantastico” dello strumento cinematografico con momenti di tecnica registica da annali della storia del cinema.

Con Vivere e morire a Los Angeles si ripete l’operazione attualizzandola al decennio in corso anche se a una visione fatta oggi, ci si accorge di quanto bene è invecchiato.

Come risaputo, il soggetto è ricavato dall’omonimo romanzo di Gerald Petievich, un agente segreto che aveva sfruttato la sua esperienza per dare spessore e verosimiglianza alla sua opera.

Friedkin apre con un prologo esplosivo (in tutti i sensi) e racconta la città abbandonando totalmente tutti i clichè, gli stereotipi e i paesaggi da cartolina della città degli angeli. Los Angeles emerge attraverso panorami lividi, colori saturati, una dimensione temporale spiazzante, dove le giornate appaiono perennemente in bilico tra alba e tramonto, in una ideale twilight zone che è anche la dimensione psicologica nella quale vivono tutti i protagonisti della vicenda. Una lezione cromatica che lascerà il segno (mi sovviene Colors, su tutti) L’assenza di linee di demarcazione è l’ambiguità di fondo che contraddistingue tutto il film. L’ordine è una crosta sottile che s’infrange al minimo tocco, la vendetta va oltre il rispetto delle leggi, anche da parte di chi ne deve assicurare i valori.

E’ un mondo moderno ma contraddistinto da codici tribali quello di Friedkin ed è una dualità che attraversa un po’ tutta la filmografia; basta pensare anche all’immersione nel vivere quotidiano che si racconta nell’Esorcista se non ché l’intrusione del soprannaturale giunge da un remoto e inquietante passato.

In una sequenza, l’agente Chance ( anche certi nomi hanno sicuramente una loro valenza) affronta per scommessa il base jumping dalla cima di un ponte e il gesto sembra avere tutte le valenze di un rito di passaggio, simile a quello degli indigeni Vanuatu. E la metropoli che si mostra nello scenario iper realista di Friedkin appare polverosa, sporca, desolata e macilenta. L’antitesi della solarità patinata di Beverly Hills. Gli slums che si estendono sotto l’aria torrida e ronzante di mosche possono essere benissimo la periferia di Soweto, le favelas brasiliane o le macerie pullulanti di vita degradata di Calcutta. La globalizzazione più spietata emerge da un’urbanistica spietata.

Nella versione italiana, il compare di Chance è chiamato “gemello” a sottolineare il rapporto quasi simbiotico che s’instaura tra i poliziotti e quando l’anziano è ucciso durante una missione in solitaria, la metabolizzazione del lutto di Chance dura tutto il film. Il nuovo gemello, John Vukovich, faticherà a trovare un’armonia che riuscirà a raggiungere soltanto con un durissimo contrappasso e questo senza dimenticare il rapporto duale che Chance instaurerà con Eric Masters (William DeFoe) artista e falsario dal carattere mefistofelico, simbolo del rapporto ambiguo tra arte e falsificazione.

Il film è stato girato con uno stile veloce, adrenalinico e un montaggio serrato. A dispetto di tanti iper tagli di oggi, troppi montatori dovrebbero andarselo a rivedere per imparare il concetto di “velocità”.

Non c’è tregua ne respiro. Friedking ha mantenuto uno stile concitato come pochi tenendo per buoni quasi sempre i primi ciak. In alcune sequenze, il regista aveva ripreso gli attori dicendo loro che era una prova mentre invece li filmava. L’immediatezza del racconto si percepisce anche dal girato, tutto diretto “on location” e con pochissima post produzione, eccetto il montaggio.

Una nota a parte la merita la colonna sonora, a opera dei Wang Chung, band di buone promesse all’epoca che confeziona un commento musicale perfetto, rapido, rabbioso e dinamico. Peccato siano caduti nel dimenticatoio.

Rifatevi le orecchie…

Produzione indipendente blasonata, con attori di livello, William Petersen, William DeFoe, un John Turturro al suo debutto, Vivere e Morire a Los Angeles è senza dubbio uno dei migliori noir degli anni ’80 oltre che miglior film del periodo. Assolutamente da recuperare per apprezzarne tecnica, longevità e la sempre sbalorditiva capacità autorale di Friedkin, impermeabile a mode e tempi.

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Informazioni su Fabri

Lavoro per sfamarmi, scrivo per vivere. Dietro questo motto si presenta Fabrizio Borgio che nasce prematuramente nella città di Asti il 18 giugno 1968. Appassionato di cinema e letteratura, affina le sue passioni nell’adolescenza iniziando a scrivere racconti. Trascorre diversi anni nell’Esercito. Lasciata l’uniforme, bazzica gli ambienti artistici astigiani, segue stages di sceneggiatura con personalità del nostro cinema, tra cui Mario Monicelli, Giorgio Arlorio e Suso Cecchi d’Amico. Collabora proprio come sceneggiatore e soggettista assieme al regista astigiano Giuseppe Varlotta. La fantascienza, l’horror, il mistero, il fantastico “tout court”, gialli e noir sono i generi che maggiormente lo coinvolgono e interessano. Esordisce partecipando con un racconto breve al concorso letterario “Il nocciolino” di Chivasso e ricevendo il premio della giuria. Ha pubblicato Arcane le Colline nel 2006 e La Voce di Pietra nel 2007. Per Fratelli Frilli Editori pubblica nel 2011 Masche (terzo classificato al festival Lomellina In Giallo) e nel 2012 La morte mormora. Nel 2014 esce Vino rosso sangue, il primo noir che vede protagonista l’investigatore privato Giorgio Martinengo. Nei primi mesi del 2016 esordisce con la Acheron Books di Samuel Marolla e pubblicherà in formato elettronico e cartaceo il romanzo IL SETTIMINO, terza avventura dell'agente speciale del DIP Stefano Drago. Dal 2015 è membro della Horror Writers Association. Sposato, vive a Costigliole d'Asti sulle colline a cavallo tra Langhe e Monferrato con la sua famiglia e un gatto nero di nome Oberyn, dove oltre a guadagnarsi da vivere e scrivere i suoi romanzi, milita nella locale sezione della Croce rossa Italiana come soccorritore. Membro ONAV è anche assaggiatore di vino.

2 risposte a “Vivere e morire a Los Angeles, di William Friedkin

  1. viga1976

    Concordo. Da segnalare anche la bellissima colonna sonora.

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