Vivere e morire a Los Angeles, di William Friedkin

Trama ( fonte:trovacinemaRepubblica.it)

Per vendicare la morte di un collega anziano in gergo: il suo “gemello” l’agente federale Chance (W.L. Peterson) dà la caccia al pittore falsario Masters (W. Dafoe), aiutato dal nuovo “gemello” Vucovich (J. Pankow), seguendo una sola regola: quando ti hanno ammazzato il migliore amico, non esistono regole.

Il successo di una serie come True Detective sembra aver risvegliato anche in ambito televisivo e cinematografico l’interesse per il giallo/noir. Interesse invero mai passato del tutto ma attraversato come tutte le narrazioni longeve da periodi di flessione.

Gli anni ’80 del secolo scorso avevano visto una notevole produzione di cinema di genere e tra essi, thriller, polizieschi e noir presentavano una fetta sensibile dei titoli usciti. Grazie al noir c’era stato l’esordio fulminante dei fratelli Coen con Blood Simple, il successo di cassetta della serie di Beverly Hills cop con Eddie Murphy, l’avvento di un nuovo modo di fare serial con Miami Vice. Gli anni ’80 erano un frullatore nel quale musica, nuovi linguaggi, edonismo reaganiano e velocità si centrifugavano costruendo un immaginario che cercava di esorcizzare le inquietudini di fine millennio ed esaltare un modello che non resse il decennio.

Negli anni ’80 uscì anche uno dei migliori noir di William Friedkin, Vivere e morire a Los Angeles (To live and die in L.A.).

Su Friedkin ci sarebbe da scrivere un saggio, non certo solo un misero post. Regista dall’occhio personale unico, tecnica impeccabile e con una capacità rara di costruire un realismo nello stesso tempo così tangibile e anche allucinato. Con Il braccio violento della legge aveva infranto la narrazione canonica del poliziesco/noir al cinema, costruendo contemporaneamente un racconto straordinariamente vero senza rinunciare all’aspetto “fantastico” dello strumento cinematografico con momenti di tecnica registica da annali della storia del cinema.

Con Vivere e morire a Los Angeles si ripete l’operazione attualizzandola al decennio in corso anche se a una visione fatta oggi, ci si accorge di quanto bene è invecchiato.

Come risaputo, il soggetto è ricavato dall’omonimo romanzo di Gerald Petievich, un agente segreto che aveva sfruttato la sua esperienza per dare spessore e verosimiglianza alla sua opera.

Friedkin apre con un prologo esplosivo (in tutti i sensi) e racconta la città abbandonando totalmente tutti i clichè, gli stereotipi e i paesaggi da cartolina della città degli angeli. Los Angeles emerge attraverso panorami lividi, colori saturati, una dimensione temporale spiazzante, dove le giornate appaiono perennemente in bilico tra alba e tramonto, in una ideale twilight zone che è anche la dimensione psicologica nella quale vivono tutti i protagonisti della vicenda. Una lezione cromatica che lascerà il segno (mi sovviene Colors, su tutti) L’assenza di linee di demarcazione è l’ambiguità di fondo che contraddistingue tutto il film. L’ordine è una crosta sottile che s’infrange al minimo tocco, la vendetta va oltre il rispetto delle leggi, anche da parte di chi ne deve assicurare i valori.

E’ un mondo moderno ma contraddistinto da codici tribali quello di Friedkin ed è una dualità che attraversa un po’ tutta la filmografia; basta pensare anche all’immersione nel vivere quotidiano che si racconta nell’Esorcista se non ché l’intrusione del soprannaturale giunge da un remoto e inquietante passato.

In una sequenza, l’agente Chance ( anche certi nomi hanno sicuramente una loro valenza) affronta per scommessa il base jumping dalla cima di un ponte e il gesto sembra avere tutte le valenze di un rito di passaggio, simile a quello degli indigeni Vanuatu. E la metropoli che si mostra nello scenario iper realista di Friedkin appare polverosa, sporca, desolata e macilenta. L’antitesi della solarità patinata di Beverly Hills. Gli slums che si estendono sotto l’aria torrida e ronzante di mosche possono essere benissimo la periferia di Soweto, le favelas brasiliane o le macerie pullulanti di vita degradata di Calcutta. La globalizzazione più spietata emerge da un’urbanistica spietata.

Nella versione italiana, il compare di Chance è chiamato “gemello” a sottolineare il rapporto quasi simbiotico che s’instaura tra i poliziotti e quando l’anziano è ucciso durante una missione in solitaria, la metabolizzazione del lutto di Chance dura tutto il film. Il nuovo gemello, John Vukovich, faticherà a trovare un’armonia che riuscirà a raggiungere soltanto con un durissimo contrappasso e questo senza dimenticare il rapporto duale che Chance instaurerà con Eric Masters (William DeFoe) artista e falsario dal carattere mefistofelico, simbolo del rapporto ambiguo tra arte e falsificazione.

Il film è stato girato con uno stile veloce, adrenalinico e un montaggio serrato. A dispetto di tanti iper tagli di oggi, troppi montatori dovrebbero andarselo a rivedere per imparare il concetto di “velocità”.

Non c’è tregua ne respiro. Friedking ha mantenuto uno stile concitato come pochi tenendo per buoni quasi sempre i primi ciak. In alcune sequenze, il regista aveva ripreso gli attori dicendo loro che era una prova mentre invece li filmava. L’immediatezza del racconto si percepisce anche dal girato, tutto diretto “on location” e con pochissima post produzione, eccetto il montaggio.

Una nota a parte la merita la colonna sonora, a opera dei Wang Chung, band di buone promesse all’epoca che confeziona un commento musicale perfetto, rapido, rabbioso e dinamico. Peccato siano caduti nel dimenticatoio.

Rifatevi le orecchie…

Produzione indipendente blasonata, con attori di livello, William Petersen, William DeFoe, un John Turturro al suo debutto, Vivere e Morire a Los Angeles è senza dubbio uno dei migliori noir degli anni ’80 oltre che miglior film del periodo. Assolutamente da recuperare per apprezzarne tecnica, longevità e la sempre sbalorditiva capacità autorale di Friedkin, impermeabile a mode e tempi.

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L’anello debole, di Piera Carlomagno

Sinossi dalla pagina Amazon del romanzo:

Una bellissima infermiera viene trovata ammazzata, con un solo proiettile in mezzo alla fronte, al Ponte della Maddalena a Napoli. L’indagine porta il commissario Ernesto Baricco a indagare su una lobby affaristica che ha come centro Villa delle Orchidee, fiore all’occhiello della sanità privata campana. Tra società fallite, finanziarie estere, consulenti che risucchiano fiumi di denaro e professionisti specializzati nel lavoro sporco, Baricco si ritroverà a scavare nel passato della donna e – aiutato dall’avvocato Federico Brizzi e dalla giornalista de Il Mattino Annaluce Savino – scoprirà una terribile verità che farà tremare i palazzi del potere

L’equilibrio sempre pericolante tra l’anima di un luogo, una città o un popolo e lo stereotipo è un esercizio delicato e periglioso. Si rischia costantemente di finire nella macchietta, nel luogo comune o per contro in una narrazione sterile e senza anima, capace di levare corpo, sostanza e capacità evocativa allo spirito della storia.

L’anello debole, di Piera Carlomagno, evita abilmente tutti i pericoli sopra elencati e ci regala un giallo/noir d’ambientazione campana e partenopea senza scadere nel folklore scontato. La Napoli dolente ma vitale che fa da sfondo a questa complessa vicenda di tragedie famigliari, grande criminalità, speculazioni e corsa al riscatto sociale è una metropoli che non rinuncia alla sua tipicità senza svendersi con immagini e immaginari triti e a volte sminuenti. Una napoli invernale, che rinuncia al Golfo, al mare chiaro e a tutta la panoplia che ha per alcuni versi ristretto la visione ricca e complessiva di una realtà multiforme, complessa e sfaccettata come quella della Campania.

L’intreccio segue il rigore puntiglioso del reportage, dal quale traspare l’abilità dell’autrice in quanto giornalista ma riesce a donarci una narrazione più ricca e per molti versi più “alta” e “letteraria” arricchendo uno stile altrimenti secco e asciutto.

I personaggi emergono con dovizia senza che il filo dell’indagine si disperda in mille inutili rigagnoli. Ogni protagonista è tratteggiato con pennellate sapienti e incisive. Dote rara e pregevole e poi abbiamo il commissario Baricco, a sorpresa un conterraneo; un ligio funzionario piemontese trapiantato a Napoli, città così vicina e così lontana dalla quale non può che farsi amorevolmente adottare. Il quadro che emerge man mano è di straordinaria varietà, un mosaico affascinante di luoghi e situazioni che si assemblano in un caso che intreccia in una sola, solida trama l’onnipresente piaga camorrista, l’ipocrita complicità degli interessi economici settentrionali, le piccole e grandi tragedie degli ultimi e degli emarginati quali serbatoio di bassa manovalanza criminale e la voragine senza fondo delle speculazioni nel business della sanità; poi a sorpresa un’anima che affonda le sue radici in una paganità tanto antica quandto ancora trapiantata saldamente nella cultura del posto e che rende la regione tra le più decantate e solari del nostro martoriato stivale, uno scrinio innovativo di suggestioni e inedite atmosfere che non hanno potuto far altro che stregarmi. Addentratevi nella storia dell’Anello debole, tortuosa come i vicoli, dolente come le pene che il Sud patisce da secoli ma geniale come lo spirito e l’intelligenza di chi, in queste terre è nato. Serve. E’ utile, istruttivo e ammirevole.

Pilgrim, di Terry Hayes

Dalla quarta di copertina: Una missione impossibile, un delitto senza colpevoli, un nemico inafferrabile: giallo, avventura e spionaggio si fondono nel caso più complesso che Pilgrim — nome in codice di uno degli agenti più abili dei servizi segreti americani — abbia mai affrontato. Pilgrim è giovane, ma dopo l’11 settembre il suo mondo è così profondamente cambiato da indurlo a uscire di scena. Impossibile. Richiamato in servizio per sventare il rischio che un’arma biologica spaventosa venga innescata negli Stati Uniti e da lì esploda in tutto il mondo, si troverà di fronte all’avversario più astuto ed elusivo che abbia mai incrociato, un uomo che come lui agisce per ragioni profonde e come lui reca profonde ferite nell’anima: il Saraceno. Uno scontro di mondi, di tecniche, di personalità che darà un nuovo senso al mestiere di Pilgrim. Thriller e spy story sono generi che affollano i vertici dei best sellers ed è veramente raro scrivere qualcosa di inedito nel campo. Proprio per questi motivi, quando mi ritrovo davanti all’ennesimo titolo, difficilmente vengo preso dall’ansia della scoperta. Prima di Pilgrim. L’opera prima di Terry Hayes si è rivelata una scoperta stupefacente e non ho troppe remore nel ritenere questo romanzo, lo stato dell’arte moderna nel genere spionistico. Le vicende narrate da Hayes affondano le radici nella cronaca più recente e scomodano un mosaico di mondi e situazioni che s’intrecciano per le vie del mondo dove la globalizzazione senza confini, l’estremismo islamico, la manipolazione genetica, il terrore pandemico, Echelon, i cartelli della droga di qualsiasi nazione e l’alta finanza interagiscono e si compenetrano tra loro senza soluzioni di continuità. Pilgrim ci racconta la faccia oscura del pianeta Terra e lo fa con una capacità di resa della suspence e una complessità d’indagine dalle quali è veramente difficile non rimanerne magneticamente invischiati. Dimentichiamo le classiche spie: non è James Bond ma neanche Smiley. Pilgrim è un personaggio potente, inedito e inaspettatamente credibile. Violento ed efficiente come Jason Bourne, analitico, profondo e intelligente come Sherlock Holmes. Un giovane laureato in medicina, ex tossico, figlio adottivo di una famiglia ricca e potente svolge le sue mansioni con fredda determinazione ma i tormenti e la stanchezza che un simile stile di vita inducono non sono mai accantonati. Pilgrim non è un paladino della giustizia e della democrazia. Fortunatamente, il romanzo, che poteva pericolosamente prestarsi a letture pseudo patriottiche o antipaticamente politiche, è sufficientemente smaliziato. Le ragioni di stato degli USA sono mostrate come tali: interessi di potere contrapposti ad altri interessi di potere. Nessun idealismo ma solido, americanissimo pragmatismo. I metodi utilizzati nella guerra al terrore inducono a loro volta altro terrore. Ancora più inquietante è la figura del Saladino. Estremista islamico la cui genesi ci viene dettagliatamente raccontata attraverso la ricostruzione minuziosa e difficile del suo decorso con competenza e plausibilità. Un avversario pericolosissimo, straordinariamente intelligente, lucidamente votato alla Jihad. Il nuovo volto del terrorismo: scheggia impazzita con una preparazione straordinaria e una capacità di adattamenteo e inventiva che solo povertà e disperazione possono far nascere. Noi creiamo i nostri nemici e la specularità delle figure di Pilgrim e del Saladino ne sono la prova sul campo. Il romanzo racconta questa complessa  caccia all’uomo in quasi novecento pagine che si bevono tutte d’un fiato. Raramente mi sono ritrovato davanti a una scrittura così adrenalinica e incalzante e quasi mai perde ritmo nonostante la notevole lunghezza. Le capacità d’indagine e di analisi dell’agente Pilgrim sono piccoli gioielli di avanzata investigazione, alcune intuizioni sono realmente sbalorditive e il tutto senza perdere di vista una coerenza di fondo che mantiene tutta la vicenda incredibilmente compatta, nonostante la vastità degli scenari che entrano in gioco. Dalla New York post 11 settembre all’Arabia Saudita, dall’Afghanista dei signori della guerra alla Svizzera delle banche; dalla Turchia crocevia di due mondi all’Italia, raccontata per un volta con inaspettato realismo ma senza scadere troppo nelle consuete critiche alla disorganizzazione e al pressapochismo. (La parte ambientata a Firenze è una boccata d’aria fresca dopo tanti stereotipi). La straordinaria varietà di temi, una capacità rara di mantenere così alta e così viva l’attenzione nel lettore, fanno di Pilgrim una dei thriller migliori che mi sia capitato di leggere da tempo.

La versione in ebook su Amazon si scarica, qui, all’interessante prezzo di euro 9.99

Assolutamente consigliato.

Risaia crudele di Alessandro Reali

Sinossi dal sito dell’editore Frilli:

“In tempi di guerra la povera gente cerca di sopravvivere alle brutture e alle angherie dei più forti e prepotenti con la forza della disperazione. La fame e la miseria esacerbano il dolore ed esaltano le sofferenze sino all’esasperazione, portando alle estreme conseguenze i sentimenti, le scelte e le azioni. Poi tutto passa e sfuma, si dissolve nella nebbia e sembra sparire… Finché un giorno, una lettera inaspettata riapre antiche ferite e catapulta il pensiero nel vortice torbido del passato. Inizia allora un lungo viaggio nei luoghi (dai vigneti della California alle risaie della Lomellina) e a ritroso, nel tempo, attraverso i labirinti delle gelosie, dei desideri di vendetta e di gesti efferati. In un borgo tenuto ormai in vita solo da un rinomato ristorante e dallo scorrere inesorabile del suo fiume, Lisandro ripercorre con il ricordo quei terribili giorni dell’inverno tra il 1944 e il 1945, quando si consuma la tragedia che segnerà per sempre il suo destino. In un torrido pomeriggio d’agosto, a distanza di più di cinquant’anni da quegli eventi, tra le risaie della sua terra, nel piccolo cimitero di Casoni Borroni, rivivono negli occhi e nei ricordi del vecchio Lisandro le vite di Cristina, don Dalmazio, Leone, Santino, Modesta, dell’allora giovane Lisandro… e di tutte quelle figure che la memoria si è portata via, trasportata dalle acque inarrestabili del fiume Agogna”.

Parlare dei libri di Alessandro Reali significa parlare della Lomellina. Un territorio storico e geografico a cavallo tra Piemonte e Lombardia con peculiarità che ne hanno sempre influenzato vita e cultura. Una zona difficile, contraddistinta da vaste risaie e in conseguenza da un clima particolarmente umido e ostico.

Una durezza forgiata da una visione cupa e pessimista sembra ammantare ogni cosa, in Risaia crudele, a partire dal titolo. Reali scrive un noir, anzi, viste le vicinanze, lo definirei un neir, pervaso da uno spirito pavesiano, dove gli strali dell’esistenza non danno tregua a nessuno. Rievocando uno dei periodi più difficili e violenti della nostra storia recente, Reali racconta la rabbia tellurica, il rancore bruciante che ardeva negli animi dei lomellini nel terribile inverno 1944/1945 dove l’aria gelida di una imminente resa dei conti, sembrava sbrigliare vendette e rivalse. Tutti contro tutti tra i vicoli e le case ammantate di gelo e di nebbia tra i paesi della Lomellina.

E’ una lettura cupa e famigliare, quella di Reali. Territorio e protagonisti sono saldamente legati, empatici. L’intreccio di Risaia crudele altalena tra l’oggi e il passato e ci si rende conto che il tempo non è un lenitivo delle ferite del’anima.

Il marchio di questa rabbia, segna tutti i protagonisti del romanzo. La tragedia diventa così diffusa e onnipresente come le nebbie che si levano dalle risaie; si respira implacabile senza che nessun simbolo diventi rifugio dal quale trarre sollievo: gli uomini, le donne, le istituzioni; tutti portano sulle spalle e nelle coscienze il peso degli eventi.

E’ scritto con un ritmo dolente, Risaia crudele. Reali ha uno stile che si sta evolvendo e che riesce a essere duro e secco ma senza una vera furia che invero, sarebbe stata superflua. Mostra anzi una dolcezza, una pietas verso i suoi personaggi che altri autori non riuscirebbero a tirare fuori. Vuoi perchè risulterebbero melensi oppure perchè le loro parole perderebbero mordente. Nel caso di Reali, questo mordente emerge con lentezza, si dipana come una meta lontana e sfuggente che si palesa tra le foschie della Lomellina come il sogno di ogni uomo che calca queste terre.

La variabile Costante di Vincenzo Maimone

Sinossi dal sito dell’editore Frilli:

L’efferato delitto di una giovane donna scuote la tranquilla routine settembrina della cittadina barocca di Acireale, adagiata ai piedi dell’Etna. La pista privilegiata è quella del delitto passionale, della lite domestica, una come tante, degenerata in assassinio.Ma forse le cose non stanno proprio in questi termini. Le vicende personali e professionali di Tancredi Serravalle, docente di Storia e Filosofia, incalzato dalla nuova preside, ossessionato dai programmi ministeriali, pungolato senza sosta dall’ironia irriverente del suo demone socratico, e del commissario Giacomo Costante, pendolare per amore della sua passionale dirigente di banca, si intersecano, intrecciandosi in una trama intensa che funge da pretesto per fotografare uno spaccato di realtà e suggerire alcuni spunti di riflessione sulla frenesia della società contemporanea. Una serie di circostanze contingenti, di più o meno fortuite variabili, come pure la morte nel capoluogo lombardo di un pregiudicato, vecchia conoscenza del commissario, spingerà Giacomo Costante ad allargare il fronte geografico e investigativo delle indagini e ad occuparsi di palestre, locali di lap dance, aguzzini ucraini e traffici illeciti tra Acireale e Milano. Un intreccio che coinvolgerà, apparentemente suo malgrado, anche il professor Serravalle

Sono più di una le varibili costanti che affiorano da questo giallo dalle molteplici sfumature. La principale è l’assoluta relatività del quotidiano e di come tra le sue pieghe, lo straordinario si ritrova con effetti drammatici.

Dal più classico degli spunti gialli -l’assassinio di una giovane e bella ragazza- si dipana una vicenda che tange gli aspetti più disparati dell’oggi in un ordinato caleidoscopio di mafia, delinquenza dell’est,  spaccio e  distribuzione di sostanze anabulizzanti, il giro delle palestre e dei locali di lap dance fino alle problematiche del mondo della scuola e la globalizzazione delle relazioni, che avvicinano la splendida e barocca Acireale, la dinamica e un po’ schizofrenica Milano e la lontana Ukraina.

I due protagonisti sono diversi ma non contrapposti. Giacomo Costante (nomen omen) è un commissario della Polizia di Stato, uomo d’ordine che tiene fede al suo cognome, pacato, rigoroso, riflessivo. Un uomo che sembra aver fatto della ricerca di un equilibrio, di una simmetria, una ragione di vita. In tutta questa sua ambizione all’armonia, si ritrova a vivere una storia d’amore con una donna, Carla, che vive a Milano, costringendolo a un dolce pendolarismo; un nomadismo del cuore che si contrappone a un’altra transumanza ben più drammatica, quella che vede l’intreccio ormai senza frontiere della malavita organizzata.

Tancredi Serravalle è invece un professore di filosofia che di fronte al kaos potenziale che sembra sempre pronto a travolgere le esistenze di tutti, antepone la sua visione del mondo, perennemente messa a fuoco dalla sua disciplina d’elezione, la Filosofia. Il suo approccio però non è ne etereo o avulso dalla realtà che vive. Lontano dagli stereotipi, Serravalle è apparentemente un uomo qualunque che per vocazione inconscia e amicizia si ritrova invischiato nei casi di Costante. Se il commissario è il personaggio che permette lo sviluppo più propriamente giallo e poliziesco delle trame di Maimone, Tancredi è la lente che permette di cogliere le diverse sfaccettature che l’autore vuole mostrare. Il suo essere insegnante lo mette di fronte alla complessa problematica del mondo scolastico, dei contrasti che portano l’avvicendarsi di riforme nel mondo dell’istruzione e per assurdo sembrano pregiudicare il fine ultimo e più alto della scuola: la formazione di futuri cittadini acculturati e preparati ad affrontare il mondo. Un uomo qualunque che smentisce dunque l’aggettivo. Che attraverso la sua apparente “normalità” riflette, considera, s’interroga e investiga. Regista occulto di tutte le azioni di Tancredi è il suo personale Demone Socratico. Suggeritore ironico e sarcastico che tenendo fede alla sua natura, si erge a sorta di grillo parlante filosofico del nostro co protagonista.

Non credo che sia casuale che in matematica, grandezze costanti e variabili portano alla proporzionalità. La proporzione come risultato della collaborazione dei due personaggi principali.

La scrittura di Maimone è linda, lineare. Scorre con apparente leggerezza picchiettandola occasionalmente di descrizioni evocative dei luoghi e delle atmosfere. Anche nelle singole parole si respira quella “normalità” mutevole e ingannevole che contribuisce a calarci senza nemmeno rendercene conto nella tragica complessità del divenire.

Addio alla Baronessa del mistero: P.D.James

Appresa la notizia per radio, sulla strada di ritorno a casa, stasera non potevo non ricordare la celebre autrice britannica Phyllis Dorothy James la creatrice dell’ispettore Adam Dalgliesh e Cordelia Grey

Nata a Oxford il 3 agosto 1920, P.D.James aveva abbandonato le scuole a sedici anni, pochi anni dopo veniva assunta come impiegata all’ufficio delle imposte per poi diventare assistente teatrale. La vita di questa signora non è stata facile; sposa nel 1941 un medico militare che dopo la guerra accusa gravi disturbi mentali così che la giovane sposa sarà costretta a crescere le due figlie completamente da sola. Si accosta alla scrittura verso gli anni ’50 e il primo romanzo pubblicato vedrà le stampe nel 1962: Copritele il volto, il primo del ciclo dedicato all’ispettore Dalgliesh. Il romanzo funziona. Palesemente influenzato dagli schemi cari ad Agatha Christie è contraddistinto da uno stile elegante, a tratti soffuso e da una buona caratterizzazione dei personaggi.

Seguirà l’anno dopo Una mente per uccidere poi una produzione discontinua che proseguirà fino al 2013 con Morte a Pemberley ultimo romanzo scritto dall’autrice. Nella sua carriera ha potuto fregiarsi tre volte del Silver Dagger Award il “secondo” premio del prestigioso Golden dagger Award assegnato dalla Crime Writers association e sia il Macavity Award che il Cartier Diamond Dagger nel 1987.

Una figura di primo piano per la letteratura di genere alla quale perdono anche il suo essere conservatrice e autorevole membro permanente della camera dei Lord per i tories! Scherzi a parte, sul Taccuino giallo non poteva mancare un ricordo per questa importante penna. Buon riposo mylady.

 

Bruno Morchio, Genova e Bacci Pagano

Sinossi dalla pagina Amazon del romanzo:

Bacci Pagano è un vecchio investigatore privato che ha perso per strada tutti i sogni e le speranze della sua gioventù. Dopo aver creduto nella rivoluzione si è fatto cinque anni di galera come terrorista rosso, per uno scherzo del destino e senza mai esserlo stato. La moglie lo ha lasciato e da dieci anni non vede più sua figlia. Anche la giovane fidanzata lo ha mollato. Gli resta ancora qualche amico, come il commissario Pertusiello, dirigente della Squadra Omicidi della Mobile di Genova. I carruggi sono il suo territorio, nei carruggi vive e lavora muovendosi su una vecchia Vespa color amaranto. E il centro storico di Genova, sospeso tra degrado e speculazione travestita da modernità, rappresenta lo scenario su cui si muovono i personaggi del romanzo.
Mentre sta indagando su un oscuro faccendiere per conto di un’antica famiglia genovese assediata dalla mafia, Bacci Pagano conosce la giovane fidanzata del suo cliente, donna impetuosa e nevrotica che lo cerca e lo respinge, e scopre che costei è al centro di una situazione ambigua e complicata fatta di finte ingenuità e di cinici calcoli che portano fino al delitto. Nel frattempo un suo vecchio compagno del sessantotto lo assolda per ritrovare una carabina rubata dalla sede di una radio. Con quella carabina qualcuno vuole attentare alla vita del Presidente del Consiglio, in visita a Genova

Sono dell’idea che a dispetto della profonda e a volte sfacciata territorialità che contraddistingue il giallo/noir italiano, Bruno Morchio 

Bruno Morchio

 abbia una visceralità nell’evocare la sua città che a dispetto di altri classici esponenti, sempre malinconicamente legati alle loro città o terre, emerge con una profondità e una gamma di sensi e sfacettature di rara potenza. L’avatar di questo viaggio nella genovesità di Morchio è l’investigatore privato Giovanni Battista “Bacci” Pagano. Personaggio che è sintesi quasi perfetta tra figlio della Genova più vera e loser tipico da noir maledetto, con tanto di passato dietro le sbarre, errore giudiziario e vita sentimentale tormentata come i carrugi spazzati dal vento nell’umido inverno ligure e in questo caso, l’aggettivo di noir non è campato per aria, perchè gli elementi strutturali del genere sono rispettati ma senza rigidi schematismi. La scrittura, in una prima persona elegante, evocativa e ben amalgata tra visione interiore e atmosfere scorre facendoci annusare una sinfonia di odori, visioni e impressioni nelle quali una complessa vicenda di sospette corna, corruzione, malavita organizzata e politica spettacolo si dipana tra il pathos delle imminenti festività natalizie, la rabbia di un mondo proletario sempre più oscurato dal luccicore falso e abbagliante di flash, ribalte mediatiche e un’assoluta mancanza di scrupoli da parte dei poteri forti. Quegli stessi poteri che stanno divorando come tarli voraci la Liguria e l’intera nazione. Nei riferimenti politici dei romanzi di Morchio, emerge in tutta la sua insopportabile pacchianaggine il berlusconismo più becero ma anche oggi, un medesimo stato di cose, rende la descrizione pesantemente attuale e per nulla invecchiata. Gli ultimi, gli sconfitti,gli emarginati, coloro che le ballate di De Andrè hanno reso angeli laici e muti, ritornano tra le pagine di Morchio senza falsi candori, senza zuccherose esaltazioni. La Genova di Bacci pagano è bella perchè vera, perchè non è una semplice guida turistica. E’ anche sporca, livida, ingrata, fredda e ostile, di quell’ostilità burbera che una volta accettata e superata sa regalare scorci sempre nuovi. In questo, l’immedesimazione del protagonista con la metropoli è perfino empatica. Com’è Genova è Bacci. Affascinante, sensuale ma spigoloso e spietatamente sincero.

Non c’è una costruzione di linguaggio mediata e commistionata al dialetto come ha fatto Camilleri. Il ligure non è il siciliano e una commistione suonerebbe probabilmente troppo ostica ma la parlata cantilenante emerge con termini perfettamente intessuti nella narrazione, ricordando a tratti la scrittura secca, ritmata e apparentemente sporca di Beppe Fenoglio. I romanzi del ciclo di bacci Pagano sono probabilmente tra i più belli ed evocativi noir del panorama nazionale. Non solo si leggono. Si respirano.

Brama, di Arne Dahl

Ho scoperto questo autore svedese grazie al caso e all’omonimia con Roal Dahl. Arne Dahl è attualmente considerato uno dei migliori giallisti della scena scandinava e dopo aver letto questo suo corposo Brama (come al solito i titolisti italiani riescono a snaturare gli originali) devo convenire che tale fama non è frutto di facile sensazionalismo.

La trama, tratta dal sito della Marsilio è la seguente: Tra le strade di Londra agitate dai fatti del G 20, che insieme ai presidenti delle grandi potenze ha portato violenza e disordini, un uomo dai tratti asiatici è investito da un’auto mentre cerca di passare delle informazioni a un osservatore dell’Europol. Ma le sue ultime parole, sussurrate all’orecchio dell’ispettore Arto Söderstedt prima di morire, sono incomprensibili. Dopo pochi giorni, in un parco della capitale viene ritrovato il cadavere di una donna. Anche lei portava un messaggio per la nuova, segretissima unità operativa OpCop dell’Europol, il gruppo scelto di polizia europea che si trova ora ad affrontare la sua prima indagine. Due casi di morte apparentemente isolati, che rivelano invece un nesso sorprendente, un filo che si estende dall’Asia all’America, passando per l’Europa, e coinvolgono gruppi malavitosi di ogni paese. Una faccenda per OpCop, insomma, il cui obiettivo dichiarato è sconfiggere la criminalità internazionale.

Lo spunto è decisamente gustoso: la nascita di una sorta di FBI europea sullo sfondo della globalizzazione della criminalità. La storia è molto ben sviluppata e moderna, gli intrecci complessi e le vicende che vi si intersecano, tortuose ma credibili. La rete di relazioni che lega realtà apparentemente lontane anni luce, l’una dall’altra, si svela attraverso un meccanismo poliziesco incalzante e ben attento alle metodologie che la tecnica del XXI secolo impone. Abbiamo un pool di poliziotti provenienti un po’ da tutta Europa e fortunatamente, Dahl evita stereotipi e clichè. Qualche iper critico ha sottolineato una leggera predominanza di personaggi svedesi ma personalmente l’ho trovato un appunto sterile e scarsamente influente sulla qualità del romanzo. Da Paul Hjelm, funzionario della polizia svedese e capo del gruppo operativo a Jutta Beyer, tedesca della ex DDR; da Marek Kowalesky, esperto polacco di reati economici e finanziari a Fabio Tebaldi, poliziotto italiano condannato a morte dalla ‘Ndrangheta, la squadra di europoliziotti interagisce efficacemente e i diversi protagonisti riescono a essere più di semplici figure sullo sfondo di un caso complesso e straordinariamente ramificato. Lavinia Potorac è un’agente rumena, Miriam Hershey un’ex membro dell’ MI-5; Laima Balodis un membro della polizia lituana mentre Angelo Sifakis un greco, capo aggiunto del gruppo. Il gruppo OpCop si completa poi con Corine Bouhaddi, boeurre francese, forte e determinata, Felipe Navarro, un esperto informatico madrileno, Arto Sӧderstedt, finlandese di lingua svedese, Jorge Chavez, latino americano naturalizzato svedese e i diversi referenti in ogni paese membro. Con un filo sottile di ironia, Dahl costruisce questa FBI europea tenendo conto dei dosaggi quasi farmaceutici che le rappresentanze dei diversi paesi europei impongono, con un puro stile euro burocratico ma è bello vedere poi come il fine comune, unisca uomini e donne, provenienti dale realtà più disparate, cementarsi in un’amicizia incoraggiante. Da un caso di pedofilia on line, un drammatico incidente durante il G-20 di Londra, il ritrovamento di un cadavere di donna sfigurato come un’opera d’arte, il giro delle eco mafie e il post 11 settembre, il puzzle di Brama si dipana con una prosa secca, dinamica ma non scevra di una certa eleganza formale. Il paragone con Millennium di Larsson diventa improprio. Al di la’ del valore della trilogia dello scomparso autore conterraneo di Dahl, quest’ultimo ritengo sia privo della tendente prolissità di Larsson e dotato di una notevole capacità di coinvolgimento. L’aspetto più interessante è l’evoluzione delle attività umane, sullo scenario globale e di come la rete, in quanto creazione umana, ne sia espressione di ogni aspetto, anche il più turpe. Questo inedito web che collega alta finanza, criminalità organizzata, politica ed economia; proprio come internet, crea legami in ogni dove e i glangli più disparati, finiscono con l’avvicinarsi e legarsi tra loro, indipendentemente dal fatto che essi siano rampanti capitani d’industria statunitensi, piccoli paesi del Tibet o mobilifici svedesi. Il plot di Dahl, originato da una serie di romanzi precedenti e che vedeva protagonisti i poliziotti svedesi del Gruppo A, sembra possedere tutti i requisiti per una coinvolgente serie poliziesca. Un lavoro simile, l’aveva tentato, in televisione, il produttore americano Edward Allen Bernero, con il serial Crossing Lines che peccava mortalmente di scarsa credibilità. L’OpCop di Arne Dahl possiede invece una coerenza e un realismo squisitamente europei, nel quale è impossibile non sentirsi a casa.scenario globale e di come la rete, in quanto creazione umana, ne sia espressione di ogni aspetto, anche il più turpe. Questo inedito web che collega alta finanza, criminalità organizzata, politica ed economia; proprio come internet, crea legami in ogni dove e i glangli più disparati, finiscono con l’avvicinarsi e legarsi tra loro, indipendentemente dal fatto che essi siano rampanti capitani d’industria statunitensi, piccoli paesi del Tibet o mobilifici svedesi. Il plot di Dahl, originato da una serie di

Liebster award per il Taccuino giallo

liebsterblogaward

Come ogni meme che si rispetti, anche questo deve seguire delle semplici regole:
* Ringraziare la persona che ci ha nominato linkandone il post o il blog, subito un grazie a Diego Agosto e al suo anticonvenzionale blog Silverfish imperetrix
* Esporre il logo del meme
Doverosamente e con malcelato orgoglio

* Rispondere alle 11 domande stabilite dalla persona che ha dato il premio

Pronti:

1) Perché hai deciso di aprire un blog?Perchè è uno strumento eccellente per poter disquisire di tutto ciò che mi piace, interessa e appassiona oltre che un’ottima palestra per esercitare la scrittura non soltanto in forma narrativa.

2) Potessi tornare indietro nel tempo per cambiare una sola cosa nella tua vita, cosa faresti?Quando finite le medie su incessanti pressioni famigliari avevo ceduto iscrivendomi a un Istituto tecnico Industriale. Scuola che non mi piaceva e non mi interessava minimamente. Volevo fare il Liceo classico!

3) La prima volta che hai avuto davvero paura.Una sera in campagna, ascoltando uno zio raccontare di una sua esperienza a una seduta spiritica. Ero agghiacciato.

4) Slow food, Fast Food o Junk Food?Per la carità, potendo scegliere Slow food tutta la vita ma raramente è possibile.

5) Hai la possibilità di spendere centomila euri. Cosa compri?Una cantina, sforzandomi di dare il mio contributo al territorio.

6) Piatto preferito.Risotto in qualsiasi maniera

7) Una cosa che proprio non sopporti.La prepotenza dei ricchi disonesti

8) Hai la possibilità di esprimere un solo desiderio. Quale? (Ma il genio della lampada non vuole sentire roba da Miss Italia, tipo sconfiggere la fame nel mondo e simili)Vivere dignitosamente di ciò che scrivo.

9) Qual è la cosa più brutta che hai detto a un’altra persona o che qualcuno ti ha detto.Accontentiamo entrambe le campane; che ho detto io: una bestemmiona durante un litigio; che mi hanno detto, una ex: c’è qualcosa in te che attira le donne verso altri uomini.

10) C’è stato almeno un libro del quale non sei riuscito a raggiungere la fine? Quale e perché.Dall’Albero al Labirinto di Umberto Eco. Un saggio dottissimo ma esageratamente specialistico. Mi mancavano delle basi per proseguirlo sensatamente ma un giorno lo affronterò di nuovo…

11) Il peggior film che tu abbia mai visto e il peggior disco che tu abbia mai ascoltato.Un tè con Mussolini, di Zeffirelli. Talmente brutto e con una recitazione al limite del ridicolo, da imbarazzare lo spettatore. Per il disco mi viene in mente The Invisible touch: plasticosissimo e molto anni ’80; se si guarda a quel che erano i Genesis prima, crolla miseramente all’ascolto.

* Postare 11 informazioni su me stesso

  1. Sono nato prematuro di sette mesi e questa cosa in Piemonte ha un suo perchè. La leggenda vuole che si posseggano poteri particolari. L’unica cosa che giustifica la mia condizione fin’ora però é un’abilità istintiva nei massaggi e le mani perennemente calde.
  2. Sono maniaco degli impermeabili, ne ho alcuni di diverse fogge e non vedo mai l’ora che il meteo mi permetta d’indossarli.
  3. Coltivo la cavalleria, la pratico incurante di passare per desueto o eccentrico e non la considero una forma gentile di maschilismo
  4. Nella lettura faccio convivere serenamente sia ebook che libri cartacei e considero la diatriba tra i due formati una questione sterile e inutile.
  5. A dispetto della nascita prematura, sono arrivato tardi ad alcuni, fondamentali piaceri della vita come il sesso e l’alcool ma l’importante è arrivarci
  6. Ho servito il mio paese per anni sotto le armi ma ho un’idea estremamente personale del patriottismo e che attualmente non si conciglia con quel che è diventata l’Italia.
  7. Sono fermamente convinto che se non mi fossi messo a scrivere sarei una persona profondamente diversa e probabilmente peggiore.
  8. Sono appassionato di horror. Più è angoscioso, violento e sanguinoso e più mi piace. Questo fa di me una persona estremamente calma, pacata e pacifica.
  9. Sono un soccorritore volontario della Croce Rossa. L’unica opera di volontariato che faccio e della quale sono orgogliosamente fiero
  10. Posso resistere a tutto tranne che a un bel paio di gambe in autoreggenti
  11. Una serie di problemi alla schiena mi hanno abbassato di quasi quattro centimetri la statura.

* Creare 11 domande per le persone a cui si darà a sua volta il premio

  1. Cosa pensi della blogosfera oggi
  2. Credi nell’Europa come entità politica?
  3. Il tuo miglior pregio
  4. Il tuo peggior difetto
  5. Come vedi la letteratura di genere nel prossimo futuro?
  6. La tua idea di Cultura
  7. Se diventassi il Presidente del Consiglio quale sarebbe la tua prima riforma?
  8. La regione italiana che ti stuzzica di più la curiosità
  9. Cosa ne pensi dei premi come questo che hai ricevuto?
  10. Social preferito?
  11. Riassumiti in quattro aggettivi

* Scegliere altre persone da premiare tra i blogger con meno di 200 follower.

Fra le provincie

Lo spettatore indisciplinato

Redjack

Direi che è tutto e con rinnovata gratitudine e soddisfazione passo il testimone

Io vi vedo, di Simonetta Santamaria

 

Sinossi. Direttamente da sito dell’autrice:

Napoli, novembre 2011. Sul ciglio di una strada di periferia viene trovato il cadavere della giovane Lucia Campobasso. È stata uccisa in modo brutale: per gli inquirenti, si tratta di un’esecuzione. Ma i responsabili rimangono ombre inafferrabili, ombre che tormentano il padre della vittima, un poliziotto. Febbraio 2012. Maurizio Campobasso, capo del reparto investigativo anticrimine di Napoli, ha ricevuto una soffiata «sicura»: in una cascina abbandonata sono rinchiusi dei clandestini, in attesa di essere mandati per le strade a rubare o a prostituirsi. Dopo aver circondato l’edificio, però, la squadra viene assalita alle spalle da un commando armato. Nell’agguato muoiono quattro agenti e Campobasso perde un occhio. Era una trappola. Maggio 2012. Menomato nel fisico e stravolto dal dolore e dal rimorso per la perdita della figlia e dei colleghi, Campobasso si dimette dalla polizia. Le indagini non hanno portato a nulla e lui ha perso ogni fiducia nelle istituzioni. Ma il suo animo è tormentato dall’oscura sensazione che tutte quelle morti siano collegate e che sia proprio lui, Maurizio Campobasso, la chiave di un piano criminale più vasto e sanguinario di quanto si possa immaginare. È ora di mettere da parte la Legge e di agire, nell’ombra, come un feroce giustiziere solitario. È ora di scatenare una spietata caccia all’uomo – o agli uomini – che non risparmierà niente e nessuno. Perché quando il desiderio di vendetta prende il sopravvento, nulla può fermarlo…

Proseguendo l’excursus con le città italiane , oggi parliamo di Io vi vedo, l’ultimo romanzo di Simonetta Santamaria, una signora napoletana che con l’horror e la letteratura di genere ha un rodato sodalizio. Proviene dall’horror puro, la Santamaria e si vede. Io vi vedo è una storia violenta e potente che al di la di una trama serrata e fondamentalmente lineare, riesce a evocare piani di lettura mai scontati e niente affatto banali. L’incubo dell’ex poliziotto Maurizio Campobasso non è la narrazione di una classica vendetta e non è nemmeno  e solo una discesa agli inferi. La misteriosa visione binoculare che il protagonista acquisisce paradossalmente nel momento in cui perde un occhio è la rappresentazione di una realtà parallela alla quotidianità, attraverso la quale, Campobasso sconfina in un’ideale e tremenda zona del crepuscolo, nella quale vita e morte diventano dimensioni compenetrate tra loro e la furia, che attanaglia il protagonista, ne è cieco e nichilista propulsore.L’occhio enucleato, che Campobasso conserva come feticcio di una vita passata, diventa una sorta di genius loci; un’entità soprannaturale che gli spalanca le porte di un abisso nel fondo del quale i morti sono rivelazione per i vivi. Il sentimento di vendetta che anima l’esistenza altrimenti devastata di Campobasso è così solo una scintilla, scintilla che accende forze oscure. La trasformazione di Campobasso da valoroso tutore dell’ordine a uomo posseduto da una violenza nata dalla violenza,non ci regala facile morale pacificatrice. Il cambiamento del protagonista non avviene per sdoppiamento ma per graduale mutazione, rendendo totalmente omogenea la sua evoluzione. La realtà che ci racconta Simonetta Santamaria è allucinata e priva di vie d’uscita se non la morte. Una realtà tanto più coinvolgente e inquietante perchè saldamente avvinghiata al nostro quotidiano. Il romanzo passa per thriller ma le pesanti incursioni nel paranormale, mi inducono ad etichettarlo serenamente come romanzo horror. Lo stile è diretto, duro; a dimostrazione che una scrittura femminile sa evocare efficaciemente violenza, gore e sentimenti in un’amalgama a tratti spiazzante. Il ritmo narrativo è serrato e coinvolgente, riesce a mantenere i medesimi registri di coinvolgimento sia nel descrivere una scena di tortura che gli struggimenti di una contrastata storia d’amore. Proprio  in questa elegante visceralità, mi sembra di cogliere una certa napoletanità  dell’autrice. Napoletanità che non si riduce a macchiettismo o tratto folkloristico bensì diventa cifra stilistica che è valore aggiunto e Napoli, la città dove è ambientata la vicenda, non si limita a essere solo un bello sfondo ma diventa una metropoli mediterranea pienamente funzionale alla storia. Parafrasando Albert Camus: In certe ore la campagna è nera di sole.