Tortona nove corto, di Pier Emilio Castoldi

Sinossi (direttamente dal sito dell’editore):

Una storia di sassi per Dante Ferrero. Ma cosa si nasconde dietro i sassi? In una Tortona più noir che mai, seguendo la scia di omicidi efferati e di un manipolo di ragazzi, Dante “pedante “ Ferrero giornalista de “la Stampa” di Alessandria, si troverà a investigare su un caso scottante. Tra Servizi segreti, veri o presunti, malavita organizzata, pallottole vaganti, mani mozzate e tanta ironia il noir più adrenalinico che sia mai stato scritto all’ombra della madonna della guardia.

Esiste una scuola di giallisti italiani che ha fatto del genere una lente d’ingrandimento non solo della società italiana ma anche delle sue variegate peculiarità territoriali. Parafrasando Guareschi, è risaputo che l’Italia è una Repubblica fondata sui campanili e questo aspetto di atomizzazione delle realtà nazionali diventa una caratteristica dirimente delle storie, trasformandone il linguaggio, lo stile e la narrazione.

Pier Emilio Castoldi, con il suo Tortona nove corto si aggiunge al novero e lo fa con una trasformazione nello stile, nel linguaggio e nella capacità inedita di gestire una trama che in realtà non presenta particolari caratteristiche di originalità.

Il giallo italiano, come i gialli di tutto il mondo è un genere codificato dal quale è difficile sbordare. L’indagine, la ricerca del colpevole, l’affresco della provincia sono gli aspetti che si ripetono e che soltanto l’abilità e l’ occhio dell’autore riescono a declinare in maniera inedita. Proprio come il caso di Castoldi.

Lombardo della Lomellina e residente nell’alessandrino, Castoldi riassume nella sua scrittura le peculiarità di queste due anime così prossime, unite dallo sfumare delle nebbie. Una storia ancorata all’oggi, attuale, concreta come concreto è il protagonista, quel Dante Ferrero che si gusta il mondo come si gusta un panino col salame innaffiato da barbera. Un “occhio” letterario che mi ha ricordato un po’ il Calvino di Marcovaldo e l’umorismo caustico di Guareschi; il tutto ammantato da uno spirito da hard boiled della padana.

Il nuovo Castoldi è un autore da tenere d’occhio.

Annunci

Risaia crudele di Alessandro Reali

Sinossi dal sito dell’editore Frilli:

“In tempi di guerra la povera gente cerca di sopravvivere alle brutture e alle angherie dei più forti e prepotenti con la forza della disperazione. La fame e la miseria esacerbano il dolore ed esaltano le sofferenze sino all’esasperazione, portando alle estreme conseguenze i sentimenti, le scelte e le azioni. Poi tutto passa e sfuma, si dissolve nella nebbia e sembra sparire… Finché un giorno, una lettera inaspettata riapre antiche ferite e catapulta il pensiero nel vortice torbido del passato. Inizia allora un lungo viaggio nei luoghi (dai vigneti della California alle risaie della Lomellina) e a ritroso, nel tempo, attraverso i labirinti delle gelosie, dei desideri di vendetta e di gesti efferati. In un borgo tenuto ormai in vita solo da un rinomato ristorante e dallo scorrere inesorabile del suo fiume, Lisandro ripercorre con il ricordo quei terribili giorni dell’inverno tra il 1944 e il 1945, quando si consuma la tragedia che segnerà per sempre il suo destino. In un torrido pomeriggio d’agosto, a distanza di più di cinquant’anni da quegli eventi, tra le risaie della sua terra, nel piccolo cimitero di Casoni Borroni, rivivono negli occhi e nei ricordi del vecchio Lisandro le vite di Cristina, don Dalmazio, Leone, Santino, Modesta, dell’allora giovane Lisandro… e di tutte quelle figure che la memoria si è portata via, trasportata dalle acque inarrestabili del fiume Agogna”.

Parlare dei libri di Alessandro Reali significa parlare della Lomellina. Un territorio storico e geografico a cavallo tra Piemonte e Lombardia con peculiarità che ne hanno sempre influenzato vita e cultura. Una zona difficile, contraddistinta da vaste risaie e in conseguenza da un clima particolarmente umido e ostico.

Una durezza forgiata da una visione cupa e pessimista sembra ammantare ogni cosa, in Risaia crudele, a partire dal titolo. Reali scrive un noir, anzi, viste le vicinanze, lo definirei un neir, pervaso da uno spirito pavesiano, dove gli strali dell’esistenza non danno tregua a nessuno. Rievocando uno dei periodi più difficili e violenti della nostra storia recente, Reali racconta la rabbia tellurica, il rancore bruciante che ardeva negli animi dei lomellini nel terribile inverno 1944/1945 dove l’aria gelida di una imminente resa dei conti, sembrava sbrigliare vendette e rivalse. Tutti contro tutti tra i vicoli e le case ammantate di gelo e di nebbia tra i paesi della Lomellina.

E’ una lettura cupa e famigliare, quella di Reali. Territorio e protagonisti sono saldamente legati, empatici. L’intreccio di Risaia crudele altalena tra l’oggi e il passato e ci si rende conto che il tempo non è un lenitivo delle ferite del’anima.

Il marchio di questa rabbia, segna tutti i protagonisti del romanzo. La tragedia diventa così diffusa e onnipresente come le nebbie che si levano dalle risaie; si respira implacabile senza che nessun simbolo diventi rifugio dal quale trarre sollievo: gli uomini, le donne, le istituzioni; tutti portano sulle spalle e nelle coscienze il peso degli eventi.

E’ scritto con un ritmo dolente, Risaia crudele. Reali ha uno stile che si sta evolvendo e che riesce a essere duro e secco ma senza una vera furia che invero, sarebbe stata superflua. Mostra anzi una dolcezza, una pietas verso i suoi personaggi che altri autori non riuscirebbero a tirare fuori. Vuoi perchè risulterebbero melensi oppure perchè le loro parole perderebbero mordente. Nel caso di Reali, questo mordente emerge con lentezza, si dipana come una meta lontana e sfuggente che si palesa tra le foschie della Lomellina come il sogno di ogni uomo che calca queste terre.

La variabile Costante di Vincenzo Maimone

Sinossi dal sito dell’editore Frilli:

L’efferato delitto di una giovane donna scuote la tranquilla routine settembrina della cittadina barocca di Acireale, adagiata ai piedi dell’Etna. La pista privilegiata è quella del delitto passionale, della lite domestica, una come tante, degenerata in assassinio.Ma forse le cose non stanno proprio in questi termini. Le vicende personali e professionali di Tancredi Serravalle, docente di Storia e Filosofia, incalzato dalla nuova preside, ossessionato dai programmi ministeriali, pungolato senza sosta dall’ironia irriverente del suo demone socratico, e del commissario Giacomo Costante, pendolare per amore della sua passionale dirigente di banca, si intersecano, intrecciandosi in una trama intensa che funge da pretesto per fotografare uno spaccato di realtà e suggerire alcuni spunti di riflessione sulla frenesia della società contemporanea. Una serie di circostanze contingenti, di più o meno fortuite variabili, come pure la morte nel capoluogo lombardo di un pregiudicato, vecchia conoscenza del commissario, spingerà Giacomo Costante ad allargare il fronte geografico e investigativo delle indagini e ad occuparsi di palestre, locali di lap dance, aguzzini ucraini e traffici illeciti tra Acireale e Milano. Un intreccio che coinvolgerà, apparentemente suo malgrado, anche il professor Serravalle

Sono più di una le varibili costanti che affiorano da questo giallo dalle molteplici sfumature. La principale è l’assoluta relatività del quotidiano e di come tra le sue pieghe, lo straordinario si ritrova con effetti drammatici.

Dal più classico degli spunti gialli -l’assassinio di una giovane e bella ragazza- si dipana una vicenda che tange gli aspetti più disparati dell’oggi in un ordinato caleidoscopio di mafia, delinquenza dell’est,  spaccio e  distribuzione di sostanze anabulizzanti, il giro delle palestre e dei locali di lap dance fino alle problematiche del mondo della scuola e la globalizzazione delle relazioni, che avvicinano la splendida e barocca Acireale, la dinamica e un po’ schizofrenica Milano e la lontana Ukraina.

I due protagonisti sono diversi ma non contrapposti. Giacomo Costante (nomen omen) è un commissario della Polizia di Stato, uomo d’ordine che tiene fede al suo cognome, pacato, rigoroso, riflessivo. Un uomo che sembra aver fatto della ricerca di un equilibrio, di una simmetria, una ragione di vita. In tutta questa sua ambizione all’armonia, si ritrova a vivere una storia d’amore con una donna, Carla, che vive a Milano, costringendolo a un dolce pendolarismo; un nomadismo del cuore che si contrappone a un’altra transumanza ben più drammatica, quella che vede l’intreccio ormai senza frontiere della malavita organizzata.

Tancredi Serravalle è invece un professore di filosofia che di fronte al kaos potenziale che sembra sempre pronto a travolgere le esistenze di tutti, antepone la sua visione del mondo, perennemente messa a fuoco dalla sua disciplina d’elezione, la Filosofia. Il suo approccio però non è ne etereo o avulso dalla realtà che vive. Lontano dagli stereotipi, Serravalle è apparentemente un uomo qualunque che per vocazione inconscia e amicizia si ritrova invischiato nei casi di Costante. Se il commissario è il personaggio che permette lo sviluppo più propriamente giallo e poliziesco delle trame di Maimone, Tancredi è la lente che permette di cogliere le diverse sfaccettature che l’autore vuole mostrare. Il suo essere insegnante lo mette di fronte alla complessa problematica del mondo scolastico, dei contrasti che portano l’avvicendarsi di riforme nel mondo dell’istruzione e per assurdo sembrano pregiudicare il fine ultimo e più alto della scuola: la formazione di futuri cittadini acculturati e preparati ad affrontare il mondo. Un uomo qualunque che smentisce dunque l’aggettivo. Che attraverso la sua apparente “normalità” riflette, considera, s’interroga e investiga. Regista occulto di tutte le azioni di Tancredi è il suo personale Demone Socratico. Suggeritore ironico e sarcastico che tenendo fede alla sua natura, si erge a sorta di grillo parlante filosofico del nostro co protagonista.

Non credo che sia casuale che in matematica, grandezze costanti e variabili portano alla proporzionalità. La proporzione come risultato della collaborazione dei due personaggi principali.

La scrittura di Maimone è linda, lineare. Scorre con apparente leggerezza picchiettandola occasionalmente di descrizioni evocative dei luoghi e delle atmosfere. Anche nelle singole parole si respira quella “normalità” mutevole e ingannevole che contribuisce a calarci senza nemmeno rendercene conto nella tragica complessità del divenire.

Bruno Morchio, Genova e Bacci Pagano

Sinossi dalla pagina Amazon del romanzo:

Bacci Pagano è un vecchio investigatore privato che ha perso per strada tutti i sogni e le speranze della sua gioventù. Dopo aver creduto nella rivoluzione si è fatto cinque anni di galera come terrorista rosso, per uno scherzo del destino e senza mai esserlo stato. La moglie lo ha lasciato e da dieci anni non vede più sua figlia. Anche la giovane fidanzata lo ha mollato. Gli resta ancora qualche amico, come il commissario Pertusiello, dirigente della Squadra Omicidi della Mobile di Genova. I carruggi sono il suo territorio, nei carruggi vive e lavora muovendosi su una vecchia Vespa color amaranto. E il centro storico di Genova, sospeso tra degrado e speculazione travestita da modernità, rappresenta lo scenario su cui si muovono i personaggi del romanzo.
Mentre sta indagando su un oscuro faccendiere per conto di un’antica famiglia genovese assediata dalla mafia, Bacci Pagano conosce la giovane fidanzata del suo cliente, donna impetuosa e nevrotica che lo cerca e lo respinge, e scopre che costei è al centro di una situazione ambigua e complicata fatta di finte ingenuità e di cinici calcoli che portano fino al delitto. Nel frattempo un suo vecchio compagno del sessantotto lo assolda per ritrovare una carabina rubata dalla sede di una radio. Con quella carabina qualcuno vuole attentare alla vita del Presidente del Consiglio, in visita a Genova

Sono dell’idea che a dispetto della profonda e a volte sfacciata territorialità che contraddistingue il giallo/noir italiano, Bruno Morchio 

Bruno Morchio

 abbia una visceralità nell’evocare la sua città che a dispetto di altri classici esponenti, sempre malinconicamente legati alle loro città o terre, emerge con una profondità e una gamma di sensi e sfacettature di rara potenza. L’avatar di questo viaggio nella genovesità di Morchio è l’investigatore privato Giovanni Battista “Bacci” Pagano. Personaggio che è sintesi quasi perfetta tra figlio della Genova più vera e loser tipico da noir maledetto, con tanto di passato dietro le sbarre, errore giudiziario e vita sentimentale tormentata come i carrugi spazzati dal vento nell’umido inverno ligure e in questo caso, l’aggettivo di noir non è campato per aria, perchè gli elementi strutturali del genere sono rispettati ma senza rigidi schematismi. La scrittura, in una prima persona elegante, evocativa e ben amalgata tra visione interiore e atmosfere scorre facendoci annusare una sinfonia di odori, visioni e impressioni nelle quali una complessa vicenda di sospette corna, corruzione, malavita organizzata e politica spettacolo si dipana tra il pathos delle imminenti festività natalizie, la rabbia di un mondo proletario sempre più oscurato dal luccicore falso e abbagliante di flash, ribalte mediatiche e un’assoluta mancanza di scrupoli da parte dei poteri forti. Quegli stessi poteri che stanno divorando come tarli voraci la Liguria e l’intera nazione. Nei riferimenti politici dei romanzi di Morchio, emerge in tutta la sua insopportabile pacchianaggine il berlusconismo più becero ma anche oggi, un medesimo stato di cose, rende la descrizione pesantemente attuale e per nulla invecchiata. Gli ultimi, gli sconfitti,gli emarginati, coloro che le ballate di De Andrè hanno reso angeli laici e muti, ritornano tra le pagine di Morchio senza falsi candori, senza zuccherose esaltazioni. La Genova di Bacci pagano è bella perchè vera, perchè non è una semplice guida turistica. E’ anche sporca, livida, ingrata, fredda e ostile, di quell’ostilità burbera che una volta accettata e superata sa regalare scorci sempre nuovi. In questo, l’immedesimazione del protagonista con la metropoli è perfino empatica. Com’è Genova è Bacci. Affascinante, sensuale ma spigoloso e spietatamente sincero.

Non c’è una costruzione di linguaggio mediata e commistionata al dialetto come ha fatto Camilleri. Il ligure non è il siciliano e una commistione suonerebbe probabilmente troppo ostica ma la parlata cantilenante emerge con termini perfettamente intessuti nella narrazione, ricordando a tratti la scrittura secca, ritmata e apparentemente sporca di Beppe Fenoglio. I romanzi del ciclo di bacci Pagano sono probabilmente tra i più belli ed evocativi noir del panorama nazionale. Non solo si leggono. Si respirano.

Io vi vedo, di Simonetta Santamaria

 

Sinossi. Direttamente da sito dell’autrice:

Napoli, novembre 2011. Sul ciglio di una strada di periferia viene trovato il cadavere della giovane Lucia Campobasso. È stata uccisa in modo brutale: per gli inquirenti, si tratta di un’esecuzione. Ma i responsabili rimangono ombre inafferrabili, ombre che tormentano il padre della vittima, un poliziotto. Febbraio 2012. Maurizio Campobasso, capo del reparto investigativo anticrimine di Napoli, ha ricevuto una soffiata «sicura»: in una cascina abbandonata sono rinchiusi dei clandestini, in attesa di essere mandati per le strade a rubare o a prostituirsi. Dopo aver circondato l’edificio, però, la squadra viene assalita alle spalle da un commando armato. Nell’agguato muoiono quattro agenti e Campobasso perde un occhio. Era una trappola. Maggio 2012. Menomato nel fisico e stravolto dal dolore e dal rimorso per la perdita della figlia e dei colleghi, Campobasso si dimette dalla polizia. Le indagini non hanno portato a nulla e lui ha perso ogni fiducia nelle istituzioni. Ma il suo animo è tormentato dall’oscura sensazione che tutte quelle morti siano collegate e che sia proprio lui, Maurizio Campobasso, la chiave di un piano criminale più vasto e sanguinario di quanto si possa immaginare. È ora di mettere da parte la Legge e di agire, nell’ombra, come un feroce giustiziere solitario. È ora di scatenare una spietata caccia all’uomo – o agli uomini – che non risparmierà niente e nessuno. Perché quando il desiderio di vendetta prende il sopravvento, nulla può fermarlo…

Proseguendo l’excursus con le città italiane , oggi parliamo di Io vi vedo, l’ultimo romanzo di Simonetta Santamaria, una signora napoletana che con l’horror e la letteratura di genere ha un rodato sodalizio. Proviene dall’horror puro, la Santamaria e si vede. Io vi vedo è una storia violenta e potente che al di la di una trama serrata e fondamentalmente lineare, riesce a evocare piani di lettura mai scontati e niente affatto banali. L’incubo dell’ex poliziotto Maurizio Campobasso non è la narrazione di una classica vendetta e non è nemmeno  e solo una discesa agli inferi. La misteriosa visione binoculare che il protagonista acquisisce paradossalmente nel momento in cui perde un occhio è la rappresentazione di una realtà parallela alla quotidianità, attraverso la quale, Campobasso sconfina in un’ideale e tremenda zona del crepuscolo, nella quale vita e morte diventano dimensioni compenetrate tra loro e la furia, che attanaglia il protagonista, ne è cieco e nichilista propulsore.L’occhio enucleato, che Campobasso conserva come feticcio di una vita passata, diventa una sorta di genius loci; un’entità soprannaturale che gli spalanca le porte di un abisso nel fondo del quale i morti sono rivelazione per i vivi. Il sentimento di vendetta che anima l’esistenza altrimenti devastata di Campobasso è così solo una scintilla, scintilla che accende forze oscure. La trasformazione di Campobasso da valoroso tutore dell’ordine a uomo posseduto da una violenza nata dalla violenza,non ci regala facile morale pacificatrice. Il cambiamento del protagonista non avviene per sdoppiamento ma per graduale mutazione, rendendo totalmente omogenea la sua evoluzione. La realtà che ci racconta Simonetta Santamaria è allucinata e priva di vie d’uscita se non la morte. Una realtà tanto più coinvolgente e inquietante perchè saldamente avvinghiata al nostro quotidiano. Il romanzo passa per thriller ma le pesanti incursioni nel paranormale, mi inducono ad etichettarlo serenamente come romanzo horror. Lo stile è diretto, duro; a dimostrazione che una scrittura femminile sa evocare efficaciemente violenza, gore e sentimenti in un’amalgama a tratti spiazzante. Il ritmo narrativo è serrato e coinvolgente, riesce a mantenere i medesimi registri di coinvolgimento sia nel descrivere una scena di tortura che gli struggimenti di una contrastata storia d’amore. Proprio  in questa elegante visceralità, mi sembra di cogliere una certa napoletanità  dell’autrice. Napoletanità che non si riduce a macchiettismo o tratto folkloristico bensì diventa cifra stilistica che è valore aggiunto e Napoli, la città dove è ambientata la vicenda, non si limita a essere solo un bello sfondo ma diventa una metropoli mediterranea pienamente funzionale alla storia. Parafrasando Albert Camus: In certe ore la campagna è nera di sole.

Les Italiens, di Enrico Pandiani

Sinossi dalla pagina Amazon del libro:

Una gragnuola di proiettili sparati attraverso la finestra devasta un ufficio della Brigata Criminale di Parigi straziando le persone che si trovano all’interno. Tre agenti e una donna rimangono sul pavimento in un lago di sangue. La squadra de «les italiens» viene decimata prima ancora di cominciare le indagini. Il commissario che la dirige, poliziotto disincantato e un po’ indolente, assieme ai suoi flic di origine italiana si trova ben presto coinvolto in una feroce caccia all’uomo. È costretto a fuggire attraverso una Parigi assolata braccato da un gruppo di sicari senza scrupoli che non si fermano davanti a nulla pur di eliminare lui e la bellissima pittrice transessuale che si trova tra i piedi. Suo malgrado, tra litigi e malumori, deve proteggere e salvare quella giovane donna piena di sorprese. Un viaggio infernale che li porta lentamente a scoprirsi spingendoli l’uno verso l’altra, cambiando la loro prospettiva e rimettendo in gioco le loro convinzioni

Una piccola nota di servizio prima di proseguire la lettura di questo post, se avete particolari idiosincrasie nei confronti della Francia e dei francesi, evitate. Qua si respirano baguette e croissant  appena sfornati e si bevono bourgogne e pastis.

Detto ciò, cominciamo col dire che Les Italiens è un romanzo trascinante. Enrico Pandiani imbastisce un piccolo capolavoro del genere, creando un adrenalinico e suggestivo Polar nel quale si respirano in una miscela leggera e suggestiva sparatorie e inseguimenti degni di un film di Besson. Dall’incipit folgorante del tiro al piccione a opera di un misterioso killer che decima la squadra de les italiens all’intreccio che si dipana secondo i più classici crismi della caccia all’uomo, Pandiani riesce a farci respirare una francesità palpabile, dove le luci, i colori e l’aria di Parigi sembrano entrare nelle nostre stanze come la brezza primaverile che dalla Senna soffia fino a noi. Il protagonista, il commissario Mordenti, richiama un’indolente e guascone Jean Paul Belmondo, testa calda dalla battuta ironica e sagace, molto vicina all’amara ironia che spesso si legge negli hard boiled di scuola americana; le donne che gli ruotano attorno sono tutte straordinariamente belle e affascinanti e le frequenti scene d’azione esplodono di violenza improvvisa e realistica. Pandiani è un appassionato di armi e lo si evince dall’efficacia con la quale inserisce particolari oplologici senza risultare eccessivamente didascalico o pedante. Una sparatoria di Pandiani puzza di cordite e lascia le orecchie fischianti.

E’ imminente la pubblicazione francese del romanzo, primo di una trilogia e sarà interessante vedere le reazioni e capire se la Francia di Pandiani è l’idea italiana della Francia e quindi un misto di percezioni esterne, romanticismo e stereotipi oppure sia riuscito a cogliere l’anima di un grande paese così vicino a noi e a volte insopportabilmente lontano.

Consigliatissimo.

 

Detour Deviazione per l’inferno, di Edgar G. Ulmer

DetourParlando di cinema noir è impossibile non iniziare con Detour, Deviazione per l’inferno in italiano, del regista di origine austriaca Edgar G. Ulmer. Ulmer, personalità straordinariamente eclettica nel mondo del cinema vanta un carnet di collaborazioni importanti, prima fra tutte la sua assistenza a Murnau. Si è sempre mosso nel mondo precario e difficoltoso dei B movies, delle produzioni povere e risicate di costi e di tempi, affinando in questo modo un’abilità registica riconosciuta tardivamente.

espressionismo tedesco nel cinema USA

Detour è un film povero, scarno; girato in sei giorni, con due ambienti a disposizione per il girato d’interni e 20.000 dollari di budget, col quale Ulmer rende un omaggio epistemiologicamente perfetto di noir trasposto sul grande schermo.

Narrato in prima persona, attraverso una serie di flashback evocati dal monologo interiore del protagonaista, Detour racconta la storia disperata di Al Roberts, pianista di night club che da New York deve raggiungere la sua fidanzata Sue a Los Angeles. Senza disponibilità, Al s’incammina facendo autostop. La fortuna sembra arridergli quando viene caricato da Haskell, un uomo facoltoso che gli racconta di come una ragazza che aveva precedentemente caricato, avesse reagito a una sua avance graffiandogli il viso. La sagra dell’assurdo che segnerà la vicenda e l’esistenza del protagonista, inizia quando Haskell chiede di essere sostituito alla guida. Al accetta e quando decide di svegliare l’altro, si accorge che l’uomo è morto nel sonno. Spaventato, Al nasconde il cadavere, s’impossessa di documenti e denaro e fugge. Facendo tappa in un motel, conosce Vera, la ragazza che Haskell aveva tentato di sedurre. La giovane, smascherato Al, lo ricatta e lui, in un assurdo incidente, uccide inconsapevolmente Vera. Da quel momento, il protagonista sprofonderà in un incubo senza scampo.

Tom Neal, intenso “loser” del noir cinematografico

Vicenda dai toni Kafkiani, dove l’espressionismo tedesco del quale Ulmer è stato attivo protagonista, mette la sua potenza visiva al servizio dell’ hard boiled statunitense, Detour è un film che anticipa la realtà ambigua e stravolta di David Lynch, dove l’ineluttabilità del caso e del destino demoliscono dall’esistenza ogni parvenza di logica e stabilità. Ogni singolo evento nella vita di Al Roberts e in quella degli altri protagonisti, sembra oppresso da una negatività di fondo che diventa un occhio cupo e disincantato su una dimensione di pessimismo cosmico imperante. L’amore con Sue. “Io e te siamo una squadra ma una squadra di serie B” alla fiducia nel prossimo e nelle donne, quando Haskell le definisce “gli animali più pericolosi del mondo” e “Piccole streghe capaci di far impazzire un ragazzo...” l’indifferenza del mondo davanti ai suoi virtuosismi pianistici nel night, mentre una clientela anonima, discorre indisturbata. Vi si legge uno spirito dell’ inevitabile simile anche a certo cinema di Bergman o di Trier, dove il senso di colpa sembra introdurre un concetto di disperazione vicino a Kierkegaard. Tutto in Detour tende a ribaltarsi, a partire in una direzione e, appunto deviare inevitabilmente da un’altra. Il senso stesso di viaggio, Il viaggio per antonomasia dela tradizione americana, la traversata dalla east Cost alla Wesy Coast perde la sua funzione metaforica di crescita e riscoperta di se stessi per diventare un calvario terribile verso l’inarrestabile discesa agli inferi, degenerando. Se nella traversata di Al, qualcuno vi ha visto degli echi di epica greca; nel quale l’anti eroe è una sorta di moderno e disincantato Ulisse e dove Vera potrebbe sembrare una sorta di Circe alcolizzata è altrettanto vero che l’odissea di Detour non prevede ritorni a Itaca e la meta ultima si trasforma più in un limbo simile al’Ade, richiamata anche da alcune fumose sequenze avvolte da una nebbia che toglie ogni prospettiva ai suoi viaggiatori. L’inarrestabile meccanismo del destino, sembra non lasciare fiato anche nel finale, sottolineato da un piano sequenza della durata di cinque minuti.

Un piccolo grande capolavoro, soggetto di culto per cinefili e cineasti eccellenti; visione che non può mancare ad appassionati di cinema e di noir.