Ritorno a Pavia, di Alessandro Reali

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Sinossi, dal sito dell’editore:

Alfio Saligari, Gianni Rubio Fagioli, Arianna Denti… Cosa è rimasto di tutti loro dopo quel maledetto aprile 1981? E di Lorenzo Colli? Dalla baita in Val d’Ayas, dove ora vive in solitudine, ha intrapreso un nuovo percorso di vita nella luce di una rinascita interiore, di una riscoperta spiritualità. Da quel terribile giorno, che ha cambiato le vite di ragazzi che credevano nella lotta armata come unico modo drastico per ripulire la società sporca dal fango della corruzione e dell’ingiustizia, sono passati più di trenta lunghi anni, e hanno lasciato segni indelebili su tutti coloro che hanno partecipato in prima linea a quegli eventi. E quegli eventi hanno marcato, più o meno indirettamente, anche la vita di Sandro Bontempi che oggi, dalla finestra del suo appartamento in Borgo Ticino, a Pavia, guarda, osserva uno scorcio della sua attuale città, ma i pensieri, si sa, fanno brutti scherzi e lo riportano indietro nel tempo, quando Pavia era un’altra città, percorsa da fremiti, paure, tensioni, lotta politica violenta, come lo era l’Italia degli anni ’70-’80. Finché un giorno la sua routine quotidiana è incrinata. Un mondo di corrotti e corruttori, di ideali e cieche ideologie si ricompone in un intricato puzzle in cui mancano però alcune tessere. A ritrovarle saranno, come sempre, Sambuco e Dell’Oro, con il loro fiuto e la loro esperienza, così da ordinare ogni elemento del puzzle, tra passato e presente, in una Pavia che si sta preparando ad attendere un altro Natale.

Ogni storia ha un’anima. Ha un suo universo nel quale nasce, si sviluppa e muore.

Ha una sua stagione.

Ritorno a Pavia, di Alessandro Reali è invernale e non potrebbe essere altrimenti perchè vivere nei contrasti, nella sospensione tra luci e ombre, tra caldo e freddo appartiene al comune sentire di chi certi inverni li ha nel proprio DNA. La prima impressione che ho avuto leggendo quest’opera di Reali è stata una profonda empatia. Perchè la sua Pavia mi ha ricordato molto la mia Asti, Asti che ritorna in una sorta di intima parentela attraverso le note di Paolo Conte, che costellano molti capitoli. Il freddo e la nebbia che ammantano tutto: case e personaggi, campagne e cieli coperti, è una condizione esistenziale che scandisce lo snodarsi di una vicenda complessa e altalenante nel tempo. Lo definirei un noir quasi filologico dove l’aspetto poliziesco diventa secondario se non addirittura ininfluente e lo spirito di un territorio e di una città emerge attraverso un malinconico caleidoscopio, legato dalle molteplici facce dell’amore. Reali parte da una stagione con la quale la memoria collettiva di una nazione non è ancora riuscita a fare i conti: gli anni di piombo. Quella stagione  cupa e disperata dove gli ultimi idealisti naufragavano miseramente sulle spiagge di una violenza vana e s’infrangevano contro gli scogli della storia.

In Ritorno a Pavia ritorna una costante di amore tradito e non corrisposto che strazia un po’ tutti, dai miti politici decaduti di Lorenzo Colli alle cause perse di Alfio Saligari, dall’Amore della vita di Bontempi all’esilio altruista di Arianna Denti fino alle esistenze dolenti di Sanbuco e Dell’Oro, i due investigatori che si muovono per la provincia pavese con flemma britannica uno, con la rudezza dell’uomo di strada dai trascorsi filo fascisti l’altro. Storia profondamente settentrionale, Ritorno a Pavia si dimostra come una sorta di versione padana dei complessi hard boiled alla Chandler, un Lungo Addio soffuso tra le nebbie, scandito da jazz e blues e frequenti puntate nei locali simbolo della città. Sale da tè e night dove si spiaggiano gaudenti rampolli di potenti famiglie, baretti di provincia con cameriere dalle grandi tette e cafè in centro.

C’è una costruzione musicale nella narrazione di Reali, la sofferenza sincopata del blues, lo stile a volte barocco a volte cacofonico di certo jazz sulfureo e una scrittura densa, ansiosa, a volte fin troppo indulgente, tesa allo sforzo continuo di evocare gusti e luci, atmosfere e ricordi. Un peccato veniale nel quale si specchia  l’ambizione di un autore che si alza man mano l’asticella andando oltre la narrativa di genere per diventare il cantore di una città che sembrava attendere il suo con l’indolenza di una puttana che nasconde un cuore affettuoso.

realiAlessandro Reali nasce a Pavia il 4 febbraio 1966. Lavora presso un laboratorio chimico ENI. Legge molto. Ama l’arte. Ascolta i cantautori italiani, Bob Dylan, il blues e il jazz. Gli piace la quiete, fumare la pipa, il toscano e, ogni tanto, fare notte in birreria con gli amici di sempre. Per Fratelli Frilli Editori ha già pubblicato Fitte nebbie. La prima indagine di Sambuco & Dell’Oro (2012 III ed.), La morte scherza sul Ticino. La seconda indagine di Sambuco & Dell’Oro (2013 II ed.), Risaia crudele. Quei giorni dell’inverno ’45 e Sambuco e il segreto di viale Loreto (2014).

Autore in costante evoluzione, con un profondo amore per lo scrivere, un nome da tenere d’occhio.

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Il Pittore, di Gino Marchitelli

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Sinossi (direttamente dal sito dell’autore):

Un vecchio artista Danese s’innamora dei colori e delle bellezze della natura di Carovigno, nell’alto Salento Brindisino, e si trasferisce a vivere lì, nel centro storico.

Nel suo lavoro artistico quotidiano dipingerà e fotograferà qualcosa o qualcuno che non doveva essere ritratto.
Tre giovani sbandati Carovignesi conducono un’esistenza ai limiti della follia, “oggetti” dell’esclusione e della derisione da parte della società perbenista.
Questo loro “eccedere” li porterà a cacciarsi in un mucchio di guai creando dolore, disperazione, precipitando nell’abisso del delitto.
Il commissario Matteo Lorenzi della mobile milanese e la giornalista Cristina Petruzzi di Radio Popolare, appena usciti dai pericoli e dalla fatica dell’ultima indagine sulla ‘ndrangheta milanese, si troveranno a interrompere le vacanze per indagare e collaborare con le forze dell’ordine locali su due casi di omicidio.

Un dramma, una vera tragedia dell’era moderna che porterà a sfatare i miti del perbenismo, i luoghi comuni dell’interesse personale, l’opportunismo e l’egoismo di un mondo di adulti che non presta più alcuna attenzione ai bisogni e alle grida di aiuto che si levano dalle nuove generazioni.
Ma i veri emarginati sono quei ragazzi che esplicitano apertamente il loro disagio, utilizzando le droghe sintetiche per spaccarsi il cervello, o sono quella miriade di giovani che, dietro un’apparenza tranquilla e remissiva, nascondono una rabbia sociale senza precedenti causata dalla mancanza di prospettiva e di futuro?

Disagio creato da un ventennio di potere politico che ha messo al centro l’apparire e NON l’essere, il potere economico e NON la soluzione al degrado sociale, il proprio tornaconto personale e NON il bene comune collettivo.
Saranno il commissario Lorenzi, la giornalista Cristina, il comandante dei carabinieri e due giovani cameriere Carovignesi ad aiutare a dipanare il terribile mistero.
In un finale senza respiro, triste e doloroso, ammantato di sangue e tragedia, il giovane “Tony lu mazzu”, capobanda degli “esclusi”, svelerà l’altra faccia della medaglia: il lato oscuro di una società egoista e troppo ripiegata su se stessa, tesa a inseguire fama, denaro e potere abbandonando questi ragazzi-bambini ad un solitario futuro di dolore, disperazione e morte.
Il loro grido di dolore rimarrà inascoltato… non ci sarà alcun futuro.

“IL PITTORE”: dalla Danimarca al Salento lo specchio drammatico e amaro della nostra società.

 Se l’evoluzione moderna del giallo/noir nostrano è una spiccata vocazione al sociale, allora Gino Marchitelli ne è uno degli esponenti più convinti. In particolare proprio in questo IL PITTORE emerge la capacità di costruire una trama incalzante che diviene veicolo di analisi e approfondimento delle dinamiche criminali che si possono sviluppare all’ombra di realtà depresse e degradate. Il tutto sullo sfondo contrastante dello splendido paesaggio alto Salentino; una terra dalla bellezza aspra e luminosa, esattamente come lo sono i suoi abitanti. Il termine di “Letteratura militante” calza perfettamente alla scrittura di Marchitelli, autore che non può scindersi dalla sua militanza politica ma la sua grande onestà intellettuale non rende il tutto didascalico ma ben aderente all’impianto narrativo. La realtà del sud con i suoi mali e la sua sobollente voglia di emersione e riscatto emerge con pennellate sapienti, originate da una rara vis narrativa. Il Pittore armonizza uno stile secco, a tratti cronachisitico con un’introspezione diffusa dei suoi personaggi e non dimentica la dimensione del pathos che avvolge ognuno degli attori sulla scena di questo piccolo grande dramma.

Città di polvere, di Romano De Marco

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Sinossi dal sito della Feltrinelli:

“Mi chiamo Marco Tanzi. Sono un ex poliziotto, ex padre di famiglia, ex detenuto. Ho passato quasi otto anni in prigioni come questa. Credevo di essere uscito dall’incubo, ma eccomi di nuovo qui. Stavolta, però, ho una missione. Disperata, come al solito, e dalla quale dipendono parecchie vite. Sempre ammesso che prima riesca a salvare la mia.”

Un tempo Marco Tanzi era il miglior poliziotto di Milano. Poi la galera, gli anni da clochard, l’esilio volontario, fino alla riabilitazione e al ritorno. La sua vita ora scorre su binari tranquilli, finché non gli viene chiesto di collaborare a un’indagine non autorizzata. La sua missione: infiltrarsi nel peggior carcere d’Italia per ottenere informazioni da un contabile della malavita e infliggere così un duro colpo alla ’ndrangheta che controlla il traffico di cocaina a Milano. 
Tanzi accetta, nonostante il suo amico ed ex collega Luca Betti lo scongiuri di non farlo, temendo che possa nuovamente cedere ai suoi demoni interiori. Intanto una nuova organizzazione criminale ambisce a rimpiazzare la ’ndrangheta immettendo sul mercato la green inferno, una metanfetamina dai devastanti effetti collaterali. La guerra ha inizio con una sanguinosa rapina nel centro di Milano.
Fronteggiare l’escalation di folle violenza non è un compito facile. Tra fiumi di polvere bianca, tradimenti e giochi di potere, Marco, Luca e il nuovo capo della squadra antirapine Laura Damiani, anime tormentate in una città perduta, seguiranno la propria strada fino a quando il destino li riunirà in un finale carico di tensione. Dove niente sarà più come prima.

Bisogna conoscere a fondo il male per poterlo combattere.

Mentre spesso ci si affanna a etichettare i libri del panorama di genere nella narrativa italiana, il caso di Romano De Marco lascia addito a pochi dubbi. Nella sua narrazione scabra e priva di fronzoli si ritrova il ritmo frenetico e la velocità di svolgimento  che richiamano da un lato i duri hard boiled statunitensi, da Spillane ai più moderni MacBain fino a Terry Hayes. Dall’altro le reminescenze attualizzate di una scuola tutta italiana che percorre una parabola coerente:  da Scerbanenco alla galassia cinematografica dei “poliziotteschi” anni ’70. I suoi personaggi sono duri, sporchi e cattivi: il prodotto di un mondo violento e corrotto, del quale Milano ne diventa la capitale (a)morale. C’è il sangue, l’asfalto, la nebbia, la disperazione e un caleidoscopio di mondi e situazioni che si fondono e compenetrano in un eterogeneo paesaggio umano e sociale.

Tra ‘ndrangheta e super poliziotti venduti, neo-fascisti e funzionari integerrimi, la galleria dei personaggi di De Marco fornisce un quadro perfettamente equilibrato tra realismo sociale e personaggi narrati. Ritmo serrato, stile asciutto, essenziale, Città di Polvere si rivela una lettura concitata e coinvolgente. Un romanzo degno del successo che ha avuto e ancora sta vivendo.

 

Ovunque tu vada (Farfalle) di Katia Tenti

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Sinossi (dal sito dell’editore Marsilio)

Il Pubblico Ministero Jakob Dekas, al riparo dal caldo umido che attanaglia Bolzano in pieno agosto, riceve una visita inattesa: è Milena Roman, una vecchia conoscenza, a chiedere aiuto. Il suo ex fidanzato è uno stalker, la tormenta, la tempesta di telefonate, si apposta sotto casa, compare e scompare nel suo bus ogni giorno. Dekas si secca, convinto che l’uomo in realtà non commetta alcun reato. Dopo qualche mese, il cadavere del vecchio
Otto Pixner viene ritrovato in pieno inverno nel giardino di Villa Clemens, residenza delll’avvocato Lukas Plattner, amico fidato con cui condivideva la passione per il gioco d’azzardo. Un malore, uno svenimento, e l’assideramento durante la notte. Tutto normale, se non fosse per un sospetto del medico di base del vecchio che richiede l’autopsia. Una giovane donna accusa un prete di aver abusato di lei quando era ancora ragazzina: per anni la violenza sarebbe rimasta confinata in chissà quale meandro nascosto della sua psiche, per poi riaffiorare gradualmente, grazie
all’aiuto di una psicoterapeuta. Tre casi che impegnano il pm Dekas, all’apparenza distanti, ma che nascondono i segreti di una comunità benpensante e piccolo borghese dietro la bellezza incantata delle Dolomiti.

Si è più volte discusso su come una componente importante della narrativa di genere italiana, sia contraddistinta da una compenente locale che fa la differenza. Nel caso di Camilleri diventa cifra semantica e linguistica, Morchio riesce a evocare questa caratteristica attraverso il paesaggio urbano di Genova; altri autori estrapolano la natura a volte agghiacciante della provincia italiana proprio attingendo alla cultura del territorio, come per esempio Gastoldi, Varesi o Alessandro Reali.

Ovunque tu vada, di Katia Tenti l’ho incontrato per la prima volta in una libreria di Merano e acquistato dopo il classico esame del lettore curioso: incipit e la lettura fugace di un paio di paragrafi presi a caso, pagg. 42 e 69 se non ricordo male.

Credo che una scrittura come quella della Tenti, secca ma non cronachistica, avvolgente ma senza pesantezza, profonda ed emotiva come è lo stile  femminile; risenta profondamente del suo essere Alto Atesina. Al di la’ dei casi di cronaca reale che hanno ispirato il romanzo, è proprio il vivere in una realtà bivoca, altalenante tra i mondi contrastanti del Sud Tirolo e il Trentino. Tutti i personaggi dell’intricata vicenda della Tenti vivono questo costante contrasto a partire da Jakob Dekas, il PM protagonista. Uomo affascinante, intelligente, ruvido e rigoroso, trattato dalla famiglia germanofona come una specie di rinnegato a causa della sua scelta di abbandonare il paese e la “sua gente” per proseguire tutt’altra carriera, andando a studiare giurisprudenza all’università di Padova; in quella Padova sconquassata dagli anni di piombo che lasceranno un marchio indelebile sulle sue memorie. Un uomo che oltre una freddezza che sembra a un passo dallo stereotipo, svela sfaccettature complesse e interessanti, una passione sensuale, l’amore per la musica classica, l’alta fedeltà e Kubrick; trovando in me, così, un suo fan senza se e senza ma.

L’attività investigativa del PM è finalmente resa con competenza e realismo. I tre casi che intersecano la vita del magistrato non sono direttamente correlati tra di loro ma compongono tutti assieme il mosaico di una provincia bolzanina costruita in una sorta di eco sistema sociale e culturale che riesce a essere nello stesso tempo tremendamente altro e insieme famigliare.

Il femminicidio, l’abuso su minori e uno squallido, agghiacciante assassinio per motivi d’interesse economico sono mali contemporanei che imbrattano quotidianamente la cronaca e Katia Tanti li narra e sviscera con minuzia chirurgica, rendendo palesi sempre quei contrasti, quelle tensioni duali che da sempre contraddistinguono la sua splendida terra.

Il romanzo ha un andamento  armonico e non rinuncia a quello stato di tensione costante degna di un navigato thriller anglosassone. A tal proposito, basta leggere il capitolo del pedinamento in Austria e  che ne fa, nel complesso  una lettura coinvolgente e caldamente consigliata.

 

 

Tortona nove corto, di Pier Emilio Castoldi

Sinossi (direttamente dal sito dell’editore):

Una storia di sassi per Dante Ferrero. Ma cosa si nasconde dietro i sassi? In una Tortona più noir che mai, seguendo la scia di omicidi efferati e di un manipolo di ragazzi, Dante “pedante “ Ferrero giornalista de “la Stampa” di Alessandria, si troverà a investigare su un caso scottante. Tra Servizi segreti, veri o presunti, malavita organizzata, pallottole vaganti, mani mozzate e tanta ironia il noir più adrenalinico che sia mai stato scritto all’ombra della madonna della guardia.

Esiste una scuola di giallisti italiani che ha fatto del genere una lente d’ingrandimento non solo della società italiana ma anche delle sue variegate peculiarità territoriali. Parafrasando Guareschi, è risaputo che l’Italia è una Repubblica fondata sui campanili e questo aspetto di atomizzazione delle realtà nazionali diventa una caratteristica dirimente delle storie, trasformandone il linguaggio, lo stile e la narrazione.

Pier Emilio Castoldi, con il suo Tortona nove corto si aggiunge al novero e lo fa con una trasformazione nello stile, nel linguaggio e nella capacità inedita di gestire una trama che in realtà non presenta particolari caratteristiche di originalità.

Il giallo italiano, come i gialli di tutto il mondo è un genere codificato dal quale è difficile sbordare. L’indagine, la ricerca del colpevole, l’affresco della provincia sono gli aspetti che si ripetono e che soltanto l’abilità e l’ occhio dell’autore riescono a declinare in maniera inedita. Proprio come il caso di Castoldi.

Lombardo della Lomellina e residente nell’alessandrino, Castoldi riassume nella sua scrittura le peculiarità di queste due anime così prossime, unite dallo sfumare delle nebbie. Una storia ancorata all’oggi, attuale, concreta come concreto è il protagonista, quel Dante Ferrero che si gusta il mondo come si gusta un panino col salame innaffiato da barbera. Un “occhio” letterario che mi ha ricordato un po’ il Calvino di Marcovaldo e l’umorismo caustico di Guareschi; il tutto ammantato da uno spirito da hard boiled della padana.

Il nuovo Castoldi è un autore da tenere d’occhio.

Trappola a Porta Nuovo, di Rocco Ballachino

Compagno di scuderia, Rocco Ballacchino è un altro interessante esponente di quel neir che ho presuntuosamente auto nominato e nel quale, inserisco tranquillamente anche questo Trappola a Porta Nuova. Prima di proseguire, questa è la sinossi, tratta direttamente dal sito dell’editore:

Daniele Bagli, un impiegato dalla piatta quotidianità, vorrebbe vivere un “giorno perfetto” incontrando una misteriosa ragazza, conosciuta su Facebook, di cui non ha mai visto nemmeno una foto. Affascinato però dalle sue parole è rimasto impigliato in quella rete virtuale che sta per assumere le fattezze della realtà. La stazione di Porta Nuova dovrebbe ospitare il loro primo appuntamento ma Bambi, è quello il suo pseudonimo, non scenderà mai da quel treno in arrivo sul binario 13. Quando poi il protagonista scoprirà il tragico destino di quella donna inizierà a confrontarsi con i suoi assillanti sensi di colpa e con la sensazione, che si tramuterà poi in certezza, di essere vittima di una impietosa trappola che prevede la sua incriminazione per quel delitto. In una torrida Torino, emotivamente sconvolta da quell’evento, inizierà infatti una caccia all’uomo in cui Daniele, braccato dalle forze dell’ordine, si muoverà alla ricerca di una spiegazione, di una possibilità di salvezza ma, soprattutto, di un nemico verso cui indirizzare tutta la propria rabbia.

A fine romanzo, nella pagina dei ringraziamenti, l’autore cita tra gli altri, Feodor Dostoevskij e Alfred Hitchcock e in effetti, il romanzo, risente potentemente dei due maestri. L’aspetto saliente di Trappola a Porta Nuova (da ora in poi TaPN)è la sensazione di inesorabilità degli eventi che sembrano risucchiare il protagonista,Daniele Bagli, in un gorgo di disperazione; catapultandolo da un appuntamento sul quale si caricano innumerevoli aspettative, all’incubo angosciante di risultare colpevole di un efferato delitto. A questo primo livello della narrazione, ritroviamo un plot obiettivamente molto hitchcockiano tanto che nel capitolo in apertura, quando Daniele si reca a Porta Nuova, con un abito inadeguato e un tenero e impacciato mazzo di fiori per la bella misteriosa conosciuta su Facebook, mi era impossibile non figurarmi la scena attraverso un lungo piano sequenza, sullo stile di Nodo alla gola e nella mente questa musica immortale:
Curioso notare come anche in Nodo alla Gola, erano ravvisabili elementi introspettivi e ossessionanti che rimandavano a Delitto e Castigo.
L’odissea di Daniele Bagli è interamente vissuta dalla voce del protagonista che narra in prima persona, una scelta non scontata, che immerge il lettore in un coinvolgimento diretto e senza scorciatoie. Si vive la speranza, lo sgomento, l’angoscia senza filtri, direttamente sulla pelle di chi si racconta. Incredulità e paranoia si sviluppano senza posa. La trama si dipana in un crescendo che viene mitigato da uno stile estremamente corretto, pulito, limato, ai limiti di un manierismo che forse avrebbe avuto bisogno di qualche smussatura dal momento che era tutto raccontato in prima persona.
Come ci si aspetta, la progressione dell’indagine personale e l’incalzare degli eventi, accelerano e si moltiplicano man mano che ci si avvicina alla conclusione. L’unica forzatura che vi ho ravvisato ma che non inficia minimamente il piacere e la passione della lettura di TaPN è la complicità di un commissario che sembra sbucare dalla vicenda con un’urgenza artificiosa ma che è in fondo funzionale allo sviluppo degli eventi.
Il senso di oppressione che si respira per tutto il romanzo è veramente soffocante, la sagoma incombente del Fabbricato Viaggiatori, con la sua struttura fine ottoecentesca uno sfondo potente e caratterizzante che proietta un’ombra funerea su tutti i protagonisti e rende sicuramente Ballacchino una penna da tenere d’occhio nel panorama della Tori(noir) che sta sorgendo. Un neir assolutamente consigliato.

Detour Deviazione per l’inferno, di Edgar G. Ulmer

DetourParlando di cinema noir è impossibile non iniziare con Detour, Deviazione per l’inferno in italiano, del regista di origine austriaca Edgar G. Ulmer. Ulmer, personalità straordinariamente eclettica nel mondo del cinema vanta un carnet di collaborazioni importanti, prima fra tutte la sua assistenza a Murnau. Si è sempre mosso nel mondo precario e difficoltoso dei B movies, delle produzioni povere e risicate di costi e di tempi, affinando in questo modo un’abilità registica riconosciuta tardivamente.

espressionismo tedesco nel cinema USA

Detour è un film povero, scarno; girato in sei giorni, con due ambienti a disposizione per il girato d’interni e 20.000 dollari di budget, col quale Ulmer rende un omaggio epistemiologicamente perfetto di noir trasposto sul grande schermo.

Narrato in prima persona, attraverso una serie di flashback evocati dal monologo interiore del protagonaista, Detour racconta la storia disperata di Al Roberts, pianista di night club che da New York deve raggiungere la sua fidanzata Sue a Los Angeles. Senza disponibilità, Al s’incammina facendo autostop. La fortuna sembra arridergli quando viene caricato da Haskell, un uomo facoltoso che gli racconta di come una ragazza che aveva precedentemente caricato, avesse reagito a una sua avance graffiandogli il viso. La sagra dell’assurdo che segnerà la vicenda e l’esistenza del protagonista, inizia quando Haskell chiede di essere sostituito alla guida. Al accetta e quando decide di svegliare l’altro, si accorge che l’uomo è morto nel sonno. Spaventato, Al nasconde il cadavere, s’impossessa di documenti e denaro e fugge. Facendo tappa in un motel, conosce Vera, la ragazza che Haskell aveva tentato di sedurre. La giovane, smascherato Al, lo ricatta e lui, in un assurdo incidente, uccide inconsapevolmente Vera. Da quel momento, il protagonista sprofonderà in un incubo senza scampo.

Tom Neal, intenso “loser” del noir cinematografico

Vicenda dai toni Kafkiani, dove l’espressionismo tedesco del quale Ulmer è stato attivo protagonista, mette la sua potenza visiva al servizio dell’ hard boiled statunitense, Detour è un film che anticipa la realtà ambigua e stravolta di David Lynch, dove l’ineluttabilità del caso e del destino demoliscono dall’esistenza ogni parvenza di logica e stabilità. Ogni singolo evento nella vita di Al Roberts e in quella degli altri protagonisti, sembra oppresso da una negatività di fondo che diventa un occhio cupo e disincantato su una dimensione di pessimismo cosmico imperante. L’amore con Sue. “Io e te siamo una squadra ma una squadra di serie B” alla fiducia nel prossimo e nelle donne, quando Haskell le definisce “gli animali più pericolosi del mondo” e “Piccole streghe capaci di far impazzire un ragazzo...” l’indifferenza del mondo davanti ai suoi virtuosismi pianistici nel night, mentre una clientela anonima, discorre indisturbata. Vi si legge uno spirito dell’ inevitabile simile anche a certo cinema di Bergman o di Trier, dove il senso di colpa sembra introdurre un concetto di disperazione vicino a Kierkegaard. Tutto in Detour tende a ribaltarsi, a partire in una direzione e, appunto deviare inevitabilmente da un’altra. Il senso stesso di viaggio, Il viaggio per antonomasia dela tradizione americana, la traversata dalla east Cost alla Wesy Coast perde la sua funzione metaforica di crescita e riscoperta di se stessi per diventare un calvario terribile verso l’inarrestabile discesa agli inferi, degenerando. Se nella traversata di Al, qualcuno vi ha visto degli echi di epica greca; nel quale l’anti eroe è una sorta di moderno e disincantato Ulisse e dove Vera potrebbe sembrare una sorta di Circe alcolizzata è altrettanto vero che l’odissea di Detour non prevede ritorni a Itaca e la meta ultima si trasforma più in un limbo simile al’Ade, richiamata anche da alcune fumose sequenze avvolte da una nebbia che toglie ogni prospettiva ai suoi viaggiatori. L’inarrestabile meccanismo del destino, sembra non lasciare fiato anche nel finale, sottolineato da un piano sequenza della durata di cinque minuti.

Un piccolo grande capolavoro, soggetto di culto per cinefili e cineasti eccellenti; visione che non può mancare ad appassionati di cinema e di noir.

Per Ironia della morte, di Claudio vergnani

Nota introduttiva. Come sovente mi capita, la pianificazione del nuovo blog è stata scompaginata da una sequela impietosa di contrattempi, imprevisti e impegni. La concomitanza di questi avversi fattori mi spinge perciò a riproporre una vecchia recensione dedicata a un romanzo precedentemente presentato sul taccuino da altri mondi ma che ritengo sia doveroso postare per coerenza e stima, anche sul Taccuino giallo.

Chiunque abbia letto la trilogia dei vampiri modenesi di Claudio Vergnani, quei tre, rinfrescanti romanzi puramente horror intitolati Il 18° Vampiro, il 36° Giusto e L’ora più buia, non potrà non ricordare il personaggio di Vergy. Ex militare, ex contractor, ex mercenario, atletico, forzuto, robusto pazzoide sempre in bilico tra rabbia furibonda ed estemporanee meditazioni. Vergy affiancandosi all’io narrante di tutti e tre i lavori, era riuscito a ritagliarsi un ruolo di co protagonista senza fatica e con molte follie e credo sia impossibile non rimanerne, in qualsiasi modo colpiti.

All’epoca della mia personale lettura dei libri di Vergnani, mi ero spesso domandato se mai l’autore si sarebbe deciso a dedicare un intero romanzo solo al nostro inclassificabile eroe. Per ironia della morte, edito dalla Nero press, esaudisce questo mio piccolo desiderio.

Abbandonato l’horror puro ma senza rinunciare al suo stile personale, Vergnani, con Per ironia della morte, scrive un thriller miscelato con parti uguali di noir canonico e pulp sfrenato. Un tipo di romanzo che, in questa veste e con questa struttura, rappresenta un’inedita novità nel panorama giallo italiano, ammorbato da commissari, ispettori, marescialli e poliziottame vario.

La trama è densa di avvenimenti e meno lineare di quel che ci si aspetta normalmente ma la concatenazione, per quanto non risolta facilmente, è complice della serie di avventure che Vergy vivrà freneticamente lungo 356 pagine di scene estreme. Nella narrazione circolare che l’autore ha scelto, il prologo combacia con l’ultimo capitolo e in mezzo ritroviamo la rappresentazione caleidoscopica di un mondo criminale, pazzo e perverso. Dal salvataggio di una prostituta in Francia, destinata a finire vittima del giro sotterraneo degli snuff movies al furto di una chiavetta USB piena di documenti compromettenti , da una assurda vendetta contro due ladri, al coinvolgimento di un oscuro regolamento di conti, tra un ricco e letale sconosciuto e l’enigmatico, egocentrico e potente Dongo; assistiamo alla storia di Vergy, rientrato dall’Africa dove, a sprizzi, spizzichi e bocconi, intuiamo un’esperienza di sangue e follia lungo  le guerre che ammorbano il continente nero. Vergy è un personaggio prismatico, dalle sfaccettature sconcertanti. Un uomo dallo spirito nichilista eppure provvisto di un’istinto di sopravvivenza sbalorditivo, dotato di una capacità di adattamento alle situazioni più disperate ma senza mai perdere di vista la sua natura più schietta e intima. Vergy è animato costantemente da una sorta di demone anarchico che lo porta a scontrarsi frontalmente contro chiunque. Una mente a volte lucida, calcolatrice ma che troppo spesso è travolta da una furia distruttiva e violenta. Se Vergy fosse nato in un paese scandinavo in epoca medioevale, sarebbe stato senz’altro appellato come Berserker. Altalena pericolosamente tra follia, violenza e improvvise, disorientanti citazioni classiche. Beve smodatamente, consuma quantità letali di caffè e consuma pasti pantagruelici. La moderazione per lui è un concetto distante e alieno come Plutone.

Al pari di un film sostenuto dal carisma di un singolo attore, Per ironia della morte ha un senso soltanto avendo Vergy come protagonista. Per alcuni versi rimanda a una versione letteraria di quelli che negli anni ’80 erano definiti, negli USA, i macho movies, quella lunga serie di pellicole d’azione che avevano lanciato nell’empireo degli action, figure iconiche come Sylvester Stallone, Arnold Schwarzenegger, Dolph Lundgren e Chuck Norris.

A dispetto dei sopra citati, Vergy me lo figuro un po’ così, un attore da Peplum, magari con i capelli a spazzola e meno barba…

A una lettura obiettiva, il romanzo è tutt’altro che perfetto. La trama tende a confondersi nella miriade di scontri, scazzottate, assassini e inseguimenti a perdifiato. A volte, si ha la sensazione che l’autore sia rimasto come rapito e impastoiato in azioni dalle quali fa una certa fatica a distaccarsi, correndo il rischio di diventare prolisso ma che riesce comunque a evitare per merito di uno stile serratissimo e dinamico, dove la lettura è continuamente incalzata da un piglio eccitante e cinematico.

E poi c’è il turpiloquio. Quando Kubrik aveva girato Full Metal Jacket, visionando la versione doppiata in italiano, aveva più volte sottolineato con piacere e ammirazione, la straordinaria varietà di termini utilizzati dal sergente Hartman. Il turpiloquio di Hartman aveva un che di lirico e sublime per varietà, ricchezza e fantasia.

Qualcosa di simile, l’ho ritrovato nelle colorite allegorie che Vergnani mette in bocca e nei pensieri del suo gargantuesco anti eroe. Varietà, fantasia e un’ironia al vetriolo che emergono come petardi nei dialoghi, divertentissimi, di questo pulp nostrano. Confesso che in più occasioni, durante la lettura, ghignavo da solo e di gusto. Soltanto leggendo le avventure di Hap e Leonard di Lansdale, provavo lo stesso divertimento.

L’ambientazione veneziana aggiunge poi una serie di valori aggiunti. Una carica visionaria dalle venature grottesche e lisergiche attraversa libro e città, che emerge con dovizia e sapienza, regalandoci una Venezia al contempo minuziosa, credibile e allucinata. Basta leggere dell’orgia, dell’inseguimento degli arlecchini e la fuga onirica di Vergy tra le calli, per farsene un’idea. Eppure, tra cadaveri rosicchiati dai topi, assassini a sangue freddo e risse disastrose, tra la sequela di scene sanguinose, grottesche, violente, isteriche e a volte tremendamente buffe, affiora, insopprimibile, l’occhio di un Autore, un occhio profondo, malinconico e disperatamente bisognoso di dire e far sentire vibrazioni più sottili, eleganti e colte.

E’ un cocktail non propriamente equilibrato, proprio come il suo protagonista. Dove la componente alcolica è senz’altro preponderante. Può dare il mal di testa ma lascia piacevolmente soddisfatti, alla fine del bicchiere.

Date un sonoro pugno sul grugno al radical chic che c’è in voi, leggetelo e godetevelo.

Noir in musica, i Portishead

C’era una volta Bristol, umido centro d’Albione a due ore di treno dalla capitale. Sul finire degli ani ’80 a Bristol era nato il Wild Bunch, un gruppo di dj, musicisti, produttori, writer e rapper. La Città è un fermentante crogiolo di culture così distanti e così vicine. Resiste il punk bianco, palpita il raggae, il funk, il soul delle comunità nere inglesi. Dal Wild bunch cominciano a emergere i nomi più interessanti e talentuosi di questa nuova scena; i Massive Attack, per esempio, Tricky, altro nome di spicco di certo undeground. Sebbene con miscele diverse, cominciano a codificarsi alcune caratteristiche, come un’uso sapiente e sofisticato dell’elettronica, la reinvenzione dell’improvvisazione jazz, che diventa acido e i recuperi di sonorità apparentemente distanti anni luce dalle sale da ballo e club di questo sottobosco culturale e musicale. Ritroviamo così archi campionati e soundtrack di film thriller e di spionaggio. In anni dove la techno ossessiona le notti dei giovani di fine millennio, da Bristol decolla il Trip hop. Abbandonati i ritmi da cassa esasperata, il Trip hop è più rilassato, onirico, atmosferico. A Bristol infine c’è anche Geoff Barrow un giovane polistrumentista con un pedigree di tutto rispetto, che lo vede lavorare al fianco di nomi ricorrenti della scena trip-hop, dai sopracitati Massive Attack e Tricky a Neneh Cherry e Depeche Mode. Incontra sulla sua strada Beth Gibbons, cantante da pub, minuta, sommessa, con una voce soul bassa e profonda ma ricca di un fuoco interiore palpitante. Nascono così i Portishead ,dal nome della località dove Barrow da giovane aveva più volte trascorso le vacanze. Il gruppo si presenta come un vero e proprio progetto artistico curato fin nei minimi particolari, dal logo alla produzione dei videoclip, con una preferenza per un elegante bianco nero e un immaginario vintage che strizza elegantemente l’occhio alle atmosfere dei film musicati da John Barry e Bernhard Hermann, il primo realizzatore delle soundtracks di James Bond, il secondo collaboratore di Hitchcock.

Geoff Barrow e Beth Gibbons

Paradigmatico manifesto dell’estetica e delle passioni dei Portishead è il cortometraggio datato 1994 To Kill a Dead man, che oltre a fornire supporto video all’omonimo brano, costruisce un plot noir efficace e tormentato.

Da quella produzione, seguirà lo stesso anno l’uscita del primo album, Dummy dove le atmosfere e suggestioni suggerite dall’esordio di To Kill a dead man, sono confermate e sviluppate in una sorta di concept album filosofico. Musiche quindi noir, sulfuree, dense di richiami al passato ma intrise di una inquietudine che rimanda alle estranianti e oniriche pellicole di Lynch. Una ideale colonna sonora per le contaminazioni di genere che dai creativi e inquieti ’90’s di Bristol, si riverberano ancora adesso tra le pagine virtuali e o cartacee della narrativa attuale.

Introduzione

WP_20140515_001Il Taccuino giallo è una derivazione del mio Taccuino da altri mondi. Blog specifico e tematico, dedicato esclusivamente a gialli, noir, thriller e derivati.
Si preoccupa di segnalare, recensire e discutere sui generi letterari di maggior impatto nella narrativa nazionale.

Si tratta di una scelta meditata nel tempo, maturata sull’onda della trasformazione (o involuzione) delle piattaforme di blogging che sta interessando la rete nostrana. Il progetto è quello di specializzare il blog, rendendo in questo modo, entrambi i taccuini più coerenti con gli obiettivi e le tematiche di fondo.

I primi post saranno il risultato della migrazione di quelli dedicati al genere e inizialmente ospitati sul Taccuino da Altri mondi e man mano seguiranno quelli nuovi;un’occasione anche di recupero e riproposizione.