Destini in fumo di Achille Maccapani

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Sinossi (dal sito dell’editore): Archiviata l’operazione Ponente pulito, il capitano Martielli si trova coinvolto in una nuova indagine che prende le mosse dall’incendio doloso dell’azienda AgriLiguria, nelle campagne di Vallecrosia. Dietro questo episodio, lo scenario è ancor più ampio: quello di un impianto a biomasse realizzato nell’entroterra di Ventimiglia da alcuni imprenditori bresciani e della Val Bormida savonese. L’impianto dovrebbe servire per produrre energia alternativa con il recupero del legname. Ma nelle ore serali si trasforma in un inceneritore abusivo dove arrivano rifiuti di ogni genere. Affiancato dal sostituto procuratore Viviana Croce, il capitano prosegue nell’attività investigativa, e dovrà fare i conti con Laura, una donna affascinante che lavora presso la provincia di Imperia, alternando le sue notti di convivenza con la sua nuova compagna con quelle dedicate al lavoro condiviso con i carabinieri del nucleo investigativo. Per ricostruire un’incredibile verità, uno scenario che vede coinvolto pure una nuova ramificazione criminale nell’entroterra di Cuneo, agli ordini del carrozziere don Cecé Romeo. Nelle indagini riemerge pure una vecchia conoscenza: quella di Diego Mura, il gestore factotum della cooperativa Batropa, scappato all’estero per sfuggire all’arresto, alle prese con uno strano traffico di olii esausti in Marocco. Martielli dovrà infine intervenire in soccorso di Viviana, che finirà in pericolo di vita. Una nuova tappa della battaglia contro le mafie e la criminalità organizzata nel territorio ligure.

Secondo romanzo di un complesso e articolato ciclo sulle infiltrazioni malavitose nel Ponente Ligure, Destini in fumo rientra in quella gamma di romanzi di genere del panorama italiano che stanno dimostrando come all’interno del vasto contenitore concettuale che attraversa gialli, noir e polizieschi sia in atto una vera a propria mutazione genetica. Il romanzo di Maccapani presenta alcune peculiarità che mettono in risalto un realismo di tipo cronachistico raramente così efficace. Lo stile è essenziale, lineare e incalzante; l’uso del tempo presente (le scansioni temporali che scandiscono lo snodo dell’intera vicenda sono anticipate soltanto dalle didascalie dei singoli capitoli) mette sempre un focus perenne su ogni accadimento.

A dispetto della ricomparsa dei personaggi inquirenti, il capitano dei carabinieri Martielli e il sostituto procuratore Croce in primis, il libro presenta una galleria di personaggi dallo sviluppo orizzontale dove tutti infine sono protagonisti del caso. Un caso moderno e del tutto plausibile: eco mafie, ‘ndrangheta, le zone grigie, l’impegno civile dei cittadini vittime in prima persona delle speculazioni. Nessun morto.

Storia dalla costruzione rigorosa, sviluppata con competenza rara e puntiglio professionale che rendono caldamente consigliata la lettura a chiunque voglia prendere coscienza del fenomeno mafioso al nord con una lettura agile e coinvolgente.

Achille Maccapani (Rho, 1964) ha pubblicato saggi di storia locale, manuali di diritto della pubblica amministrazione e i romanzi Taci, e suona la chitarra – Milano rock Ottanta (Fratelli Frilli Editori, 2005 – XXII Premio Città di Cava de’ Tirreni), Delitto all’Aquila nera (Zona, 2007), Confessioni di un evirato cantore (Fratelli Frilli Editori, 2009 – fiorino d’argento del Premio Firenze) e Bacchetta in levare (Marco Valerio, 2010). Dopo la prima apparizione nell’antologia Una finestra sul noir (Fratelli Frilli Editori, 2017), dedicata all’editore Marco Frilli, questa è la prima indagine dell’ufficiale dei carabinieri Roberto Martielli e del magistrato Viviana Croce.

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IL COVO DI LAMBRATE di Gino Marchitelli

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Sinossi dal sito dell’editore:

Le truppe Alleate sbarcano in Sicilia per liberare l’Italia dal dominio nazifascista. E’ l’avvio dell’ultima fase della seconda guerra mondiale, quella che segnerà il crollo del fascismo. Il soldato semplice Roger Miller, della seconda brigata canadese, sbarca sulla costa dell’Ambra e combatte nella zona di Pachino. Pochi giorni dopo partecipa alla liberazione di Agira, paese dell’entroterra siciliano. Durante un momento di riposo, segnato dalla festa per la liberazione della città, incontra una giovane e bellissima contadina siciliana, Concetta Lauria. L’amore li sorprende in tempo di guerra, dove il confine tra la vita e la morte è dato dal soffio della casualità. SICILIA & MILANO 2010. Concetta Lauria ormai anziana, incarica un noto ed esperto docente di storia, il professore Moreno Palermo, di cercare notizie di quel giovane soldato canadese, disperso sul fronte italiano nel 1944, e del quale non ha saputo più nulla. Roger Miller ha lasciato un segno indelebile nel cuore di Concetta, lasciandole il dono di una bella bambina, Stella, nata nel 1944, e un’enorme nostalgia mai sopita. Sentendo avvicinarsi la fine della propria esistenza la donna vuole scoprire la verità sulla sorte di Roger. Sara, nipote di Concetta, dalla carnagione e dai lineamenti che ricordano Miller, segue il professor Palermo nella ricerca della verità. Tra i due scoppierà un grande amore anche se Sara è sposata e ha due figli. Seguendo le tracce del soldato fino in Toscana, e grazie all’aiuto di un sito che svela i segreti nascosti del regime e porta alla luce la presenza di centinaia di campi di prigionia fascisti, lo studioso arriverà ad individuare nelle campagne del sud-est milanese la presenza di luoghi dove sono stati segregati, come schiavi nei campi, molti prigionieri canadesi, in aziende agricole fedeli al regime. Durante una di queste ricerche il professore viene aggredito. Stessa sorte tocca al suo giovane assistente Marco Rossi che viene rapito durante uno scontro a fuoco nel quartiere di Lambrate, a Milano, davanti alla ex sede della fabbrica Innocenti. Il commissario Lorenzi incaricato delle indagini si troverà coinvolto in una complicata indagine, dalle mille sfaccettature, che scava nei meandri laceranti della storia del nostro Paese, alla fine del conflitto. Ma chi è realmente il vecchio Italo Merlin, proprietario terriero dal carattere violento e pericoloso? Che ruolo hanno i suoi due anziani figli Galeazzo e Pierino in tutta la vicenda? Cosa si nasconde tra i vecchi fabbricati della cascina Merla nelle campagne tra Paullo e Caleppio di Settala? Che storia nasconde Maruska, fuggita dal tremendo conflitto nei Balcani? Cosa significa la presenza di un potente capo della ‘ndrangheta negli affari dell’azienda agricola? Che attività svolge un capitano dei carabinieri legato a poteri occulti? Saranno il commissario Lorenzi e i suoi uomini, con il prezioso aiuto di Cristina giornalista di Radio Popolare e della sua assistente Marta Jovine, a trovare la soluzione al caso scavando nei momenti più bui e putridi della storia del nostro Paese al momento della caduta del regime fascista, quando anche i neri più convinti cambiarono casacca pur di salvarsi dal prezzo che dovevano pagare all’Italia libera e democratica.

Il covo di Lambrate è l’ennesimo tassello del vasto mosaico nel quale Gino Marchitelli disegna il suo progetto letterario. Un progetto che vede nel recupero della memoria moderna la forza per la costruzione di un impegno civile e politico necessario  mai come di questi tempi. La struttura del giallo nelle produzioni di Marchitelli tende a perdere la geometrica schematicità tipica del genere esfuma nel noir e ancor di più, a personale avviso, in una forma di fiction d’inchiesta dove la forma del romanzo è veicolo ausiliario. La scrittura di Marchitelli è leggera ma appassionata; la sua è letteratura popolare nel senso ruspante e genuino del termine: una scrittura semplice ma mai lineare dove la storia e la coscienza del tempo inteso come epoca assume la funzione di perno sul quale ruotano le vite e le vicende di uomini, donne, città e nazioni. Scrittore politicamente impegnato, Gino Marchitelli riesce ad animare i suoi personaggi di un afflato sentimentale che ha qualcosa di femminile e il pathos e una dolcezza inaspettati pervadono anche quelle figure che sono convenzionalmente i villain di turno. Dai ricordi di episodi bellici seppelliti dall’oblio moderno alle storie d’amore che sfidano la violenza della guerra, dall’impegno civile contemporaneo a un doveroso anti fascismo, il libro di Marchitelli riesce a coniugare divulgazione e intrattenimento con una semplicità ammirevole.

Ritorno a Pavia, di Alessandro Reali

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Sinossi, dal sito dell’editore:

Alfio Saligari, Gianni Rubio Fagioli, Arianna Denti… Cosa è rimasto di tutti loro dopo quel maledetto aprile 1981? E di Lorenzo Colli? Dalla baita in Val d’Ayas, dove ora vive in solitudine, ha intrapreso un nuovo percorso di vita nella luce di una rinascita interiore, di una riscoperta spiritualità. Da quel terribile giorno, che ha cambiato le vite di ragazzi che credevano nella lotta armata come unico modo drastico per ripulire la società sporca dal fango della corruzione e dell’ingiustizia, sono passati più di trenta lunghi anni, e hanno lasciato segni indelebili su tutti coloro che hanno partecipato in prima linea a quegli eventi. E quegli eventi hanno marcato, più o meno indirettamente, anche la vita di Sandro Bontempi che oggi, dalla finestra del suo appartamento in Borgo Ticino, a Pavia, guarda, osserva uno scorcio della sua attuale città, ma i pensieri, si sa, fanno brutti scherzi e lo riportano indietro nel tempo, quando Pavia era un’altra città, percorsa da fremiti, paure, tensioni, lotta politica violenta, come lo era l’Italia degli anni ’70-’80. Finché un giorno la sua routine quotidiana è incrinata. Un mondo di corrotti e corruttori, di ideali e cieche ideologie si ricompone in un intricato puzzle in cui mancano però alcune tessere. A ritrovarle saranno, come sempre, Sambuco e Dell’Oro, con il loro fiuto e la loro esperienza, così da ordinare ogni elemento del puzzle, tra passato e presente, in una Pavia che si sta preparando ad attendere un altro Natale.

Ogni storia ha un’anima. Ha un suo universo nel quale nasce, si sviluppa e muore.

Ha una sua stagione.

Ritorno a Pavia, di Alessandro Reali è invernale e non potrebbe essere altrimenti perchè vivere nei contrasti, nella sospensione tra luci e ombre, tra caldo e freddo appartiene al comune sentire di chi certi inverni li ha nel proprio DNA. La prima impressione che ho avuto leggendo quest’opera di Reali è stata una profonda empatia. Perchè la sua Pavia mi ha ricordato molto la mia Asti, Asti che ritorna in una sorta di intima parentela attraverso le note di Paolo Conte, che costellano molti capitoli. Il freddo e la nebbia che ammantano tutto: case e personaggi, campagne e cieli coperti, è una condizione esistenziale che scandisce lo snodarsi di una vicenda complessa e altalenante nel tempo. Lo definirei un noir quasi filologico dove l’aspetto poliziesco diventa secondario se non addirittura ininfluente e lo spirito di un territorio e di una città emerge attraverso un malinconico caleidoscopio, legato dalle molteplici facce dell’amore. Reali parte da una stagione con la quale la memoria collettiva di una nazione non è ancora riuscita a fare i conti: gli anni di piombo. Quella stagione  cupa e disperata dove gli ultimi idealisti naufragavano miseramente sulle spiagge di una violenza vana e s’infrangevano contro gli scogli della storia.

In Ritorno a Pavia ritorna una costante di amore tradito e non corrisposto che strazia un po’ tutti, dai miti politici decaduti di Lorenzo Colli alle cause perse di Alfio Saligari, dall’Amore della vita di Bontempi all’esilio altruista di Arianna Denti fino alle esistenze dolenti di Sanbuco e Dell’Oro, i due investigatori che si muovono per la provincia pavese con flemma britannica uno, con la rudezza dell’uomo di strada dai trascorsi filo fascisti l’altro. Storia profondamente settentrionale, Ritorno a Pavia si dimostra come una sorta di versione padana dei complessi hard boiled alla Chandler, un Lungo Addio soffuso tra le nebbie, scandito da jazz e blues e frequenti puntate nei locali simbolo della città. Sale da tè e night dove si spiaggiano gaudenti rampolli di potenti famiglie, baretti di provincia con cameriere dalle grandi tette e cafè in centro.

C’è una costruzione musicale nella narrazione di Reali, la sofferenza sincopata del blues, lo stile a volte barocco a volte cacofonico di certo jazz sulfureo e una scrittura densa, ansiosa, a volte fin troppo indulgente, tesa allo sforzo continuo di evocare gusti e luci, atmosfere e ricordi. Un peccato veniale nel quale si specchia  l’ambizione di un autore che si alza man mano l’asticella andando oltre la narrativa di genere per diventare il cantore di una città che sembrava attendere il suo con l’indolenza di una puttana che nasconde un cuore affettuoso.

realiAlessandro Reali nasce a Pavia il 4 febbraio 1966. Lavora presso un laboratorio chimico ENI. Legge molto. Ama l’arte. Ascolta i cantautori italiani, Bob Dylan, il blues e il jazz. Gli piace la quiete, fumare la pipa, il toscano e, ogni tanto, fare notte in birreria con gli amici di sempre. Per Fratelli Frilli Editori ha già pubblicato Fitte nebbie. La prima indagine di Sambuco & Dell’Oro (2012 III ed.), La morte scherza sul Ticino. La seconda indagine di Sambuco & Dell’Oro (2013 II ed.), Risaia crudele. Quei giorni dell’inverno ’45 e Sambuco e il segreto di viale Loreto (2014).

Autore in costante evoluzione, con un profondo amore per lo scrivere, un nome da tenere d’occhio.

Il Pittore, di Gino Marchitelli

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Sinossi (direttamente dal sito dell’autore):

Un vecchio artista Danese s’innamora dei colori e delle bellezze della natura di Carovigno, nell’alto Salento Brindisino, e si trasferisce a vivere lì, nel centro storico.

Nel suo lavoro artistico quotidiano dipingerà e fotograferà qualcosa o qualcuno che non doveva essere ritratto.
Tre giovani sbandati Carovignesi conducono un’esistenza ai limiti della follia, “oggetti” dell’esclusione e della derisione da parte della società perbenista.
Questo loro “eccedere” li porterà a cacciarsi in un mucchio di guai creando dolore, disperazione, precipitando nell’abisso del delitto.
Il commissario Matteo Lorenzi della mobile milanese e la giornalista Cristina Petruzzi di Radio Popolare, appena usciti dai pericoli e dalla fatica dell’ultima indagine sulla ‘ndrangheta milanese, si troveranno a interrompere le vacanze per indagare e collaborare con le forze dell’ordine locali su due casi di omicidio.

Un dramma, una vera tragedia dell’era moderna che porterà a sfatare i miti del perbenismo, i luoghi comuni dell’interesse personale, l’opportunismo e l’egoismo di un mondo di adulti che non presta più alcuna attenzione ai bisogni e alle grida di aiuto che si levano dalle nuove generazioni.
Ma i veri emarginati sono quei ragazzi che esplicitano apertamente il loro disagio, utilizzando le droghe sintetiche per spaccarsi il cervello, o sono quella miriade di giovani che, dietro un’apparenza tranquilla e remissiva, nascondono una rabbia sociale senza precedenti causata dalla mancanza di prospettiva e di futuro?

Disagio creato da un ventennio di potere politico che ha messo al centro l’apparire e NON l’essere, il potere economico e NON la soluzione al degrado sociale, il proprio tornaconto personale e NON il bene comune collettivo.
Saranno il commissario Lorenzi, la giornalista Cristina, il comandante dei carabinieri e due giovani cameriere Carovignesi ad aiutare a dipanare il terribile mistero.
In un finale senza respiro, triste e doloroso, ammantato di sangue e tragedia, il giovane “Tony lu mazzu”, capobanda degli “esclusi”, svelerà l’altra faccia della medaglia: il lato oscuro di una società egoista e troppo ripiegata su se stessa, tesa a inseguire fama, denaro e potere abbandonando questi ragazzi-bambini ad un solitario futuro di dolore, disperazione e morte.
Il loro grido di dolore rimarrà inascoltato… non ci sarà alcun futuro.

“IL PITTORE”: dalla Danimarca al Salento lo specchio drammatico e amaro della nostra società.

 Se l’evoluzione moderna del giallo/noir nostrano è una spiccata vocazione al sociale, allora Gino Marchitelli ne è uno degli esponenti più convinti. In particolare proprio in questo IL PITTORE emerge la capacità di costruire una trama incalzante che diviene veicolo di analisi e approfondimento delle dinamiche criminali che si possono sviluppare all’ombra di realtà depresse e degradate. Il tutto sullo sfondo contrastante dello splendido paesaggio alto Salentino; una terra dalla bellezza aspra e luminosa, esattamente come lo sono i suoi abitanti. Il termine di “Letteratura militante” calza perfettamente alla scrittura di Marchitelli, autore che non può scindersi dalla sua militanza politica ma la sua grande onestà intellettuale non rende il tutto didascalico ma ben aderente all’impianto narrativo. La realtà del sud con i suoi mali e la sua sobollente voglia di emersione e riscatto emerge con pennellate sapienti, originate da una rara vis narrativa. Il Pittore armonizza uno stile secco, a tratti cronachisitico con un’introspezione diffusa dei suoi personaggi e non dimentica la dimensione del pathos che avvolge ognuno degli attori sulla scena di questo piccolo grande dramma.

Città di polvere, di Romano De Marco

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Sinossi dal sito della Feltrinelli:

“Mi chiamo Marco Tanzi. Sono un ex poliziotto, ex padre di famiglia, ex detenuto. Ho passato quasi otto anni in prigioni come questa. Credevo di essere uscito dall’incubo, ma eccomi di nuovo qui. Stavolta, però, ho una missione. Disperata, come al solito, e dalla quale dipendono parecchie vite. Sempre ammesso che prima riesca a salvare la mia.”

Un tempo Marco Tanzi era il miglior poliziotto di Milano. Poi la galera, gli anni da clochard, l’esilio volontario, fino alla riabilitazione e al ritorno. La sua vita ora scorre su binari tranquilli, finché non gli viene chiesto di collaborare a un’indagine non autorizzata. La sua missione: infiltrarsi nel peggior carcere d’Italia per ottenere informazioni da un contabile della malavita e infliggere così un duro colpo alla ’ndrangheta che controlla il traffico di cocaina a Milano. 
Tanzi accetta, nonostante il suo amico ed ex collega Luca Betti lo scongiuri di non farlo, temendo che possa nuovamente cedere ai suoi demoni interiori. Intanto una nuova organizzazione criminale ambisce a rimpiazzare la ’ndrangheta immettendo sul mercato la green inferno, una metanfetamina dai devastanti effetti collaterali. La guerra ha inizio con una sanguinosa rapina nel centro di Milano.
Fronteggiare l’escalation di folle violenza non è un compito facile. Tra fiumi di polvere bianca, tradimenti e giochi di potere, Marco, Luca e il nuovo capo della squadra antirapine Laura Damiani, anime tormentate in una città perduta, seguiranno la propria strada fino a quando il destino li riunirà in un finale carico di tensione. Dove niente sarà più come prima.

Bisogna conoscere a fondo il male per poterlo combattere.

Mentre spesso ci si affanna a etichettare i libri del panorama di genere nella narrativa italiana, il caso di Romano De Marco lascia addito a pochi dubbi. Nella sua narrazione scabra e priva di fronzoli si ritrova il ritmo frenetico e la velocità di svolgimento  che richiamano da un lato i duri hard boiled statunitensi, da Spillane ai più moderni MacBain fino a Terry Hayes. Dall’altro le reminescenze attualizzate di una scuola tutta italiana che percorre una parabola coerente:  da Scerbanenco alla galassia cinematografica dei “poliziotteschi” anni ’70. I suoi personaggi sono duri, sporchi e cattivi: il prodotto di un mondo violento e corrotto, del quale Milano ne diventa la capitale (a)morale. C’è il sangue, l’asfalto, la nebbia, la disperazione e un caleidoscopio di mondi e situazioni che si fondono e compenetrano in un eterogeneo paesaggio umano e sociale.

Tra ‘ndrangheta e super poliziotti venduti, neo-fascisti e funzionari integerrimi, la galleria dei personaggi di De Marco fornisce un quadro perfettamente equilibrato tra realismo sociale e personaggi narrati. Ritmo serrato, stile asciutto, essenziale, Città di Polvere si rivela una lettura concitata e coinvolgente. Un romanzo degno del successo che ha avuto e ancora sta vivendo.

 

Ovunque tu vada (Farfalle) di Katia Tenti

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Sinossi (dal sito dell’editore Marsilio)

Il Pubblico Ministero Jakob Dekas, al riparo dal caldo umido che attanaglia Bolzano in pieno agosto, riceve una visita inattesa: è Milena Roman, una vecchia conoscenza, a chiedere aiuto. Il suo ex fidanzato è uno stalker, la tormenta, la tempesta di telefonate, si apposta sotto casa, compare e scompare nel suo bus ogni giorno. Dekas si secca, convinto che l’uomo in realtà non commetta alcun reato. Dopo qualche mese, il cadavere del vecchio
Otto Pixner viene ritrovato in pieno inverno nel giardino di Villa Clemens, residenza delll’avvocato Lukas Plattner, amico fidato con cui condivideva la passione per il gioco d’azzardo. Un malore, uno svenimento, e l’assideramento durante la notte. Tutto normale, se non fosse per un sospetto del medico di base del vecchio che richiede l’autopsia. Una giovane donna accusa un prete di aver abusato di lei quando era ancora ragazzina: per anni la violenza sarebbe rimasta confinata in chissà quale meandro nascosto della sua psiche, per poi riaffiorare gradualmente, grazie
all’aiuto di una psicoterapeuta. Tre casi che impegnano il pm Dekas, all’apparenza distanti, ma che nascondono i segreti di una comunità benpensante e piccolo borghese dietro la bellezza incantata delle Dolomiti.

Si è più volte discusso su come una componente importante della narrativa di genere italiana, sia contraddistinta da una compenente locale che fa la differenza. Nel caso di Camilleri diventa cifra semantica e linguistica, Morchio riesce a evocare questa caratteristica attraverso il paesaggio urbano di Genova; altri autori estrapolano la natura a volte agghiacciante della provincia italiana proprio attingendo alla cultura del territorio, come per esempio Gastoldi, Varesi o Alessandro Reali.

Ovunque tu vada, di Katia Tenti l’ho incontrato per la prima volta in una libreria di Merano e acquistato dopo il classico esame del lettore curioso: incipit e la lettura fugace di un paio di paragrafi presi a caso, pagg. 42 e 69 se non ricordo male.

Credo che una scrittura come quella della Tenti, secca ma non cronachistica, avvolgente ma senza pesantezza, profonda ed emotiva come è lo stile  femminile; risenta profondamente del suo essere Alto Atesina. Al di la’ dei casi di cronaca reale che hanno ispirato il romanzo, è proprio il vivere in una realtà bivoca, altalenante tra i mondi contrastanti del Sud Tirolo e il Trentino. Tutti i personaggi dell’intricata vicenda della Tenti vivono questo costante contrasto a partire da Jakob Dekas, il PM protagonista. Uomo affascinante, intelligente, ruvido e rigoroso, trattato dalla famiglia germanofona come una specie di rinnegato a causa della sua scelta di abbandonare il paese e la “sua gente” per proseguire tutt’altra carriera, andando a studiare giurisprudenza all’università di Padova; in quella Padova sconquassata dagli anni di piombo che lasceranno un marchio indelebile sulle sue memorie. Un uomo che oltre una freddezza che sembra a un passo dallo stereotipo, svela sfaccettature complesse e interessanti, una passione sensuale, l’amore per la musica classica, l’alta fedeltà e Kubrick; trovando in me, così, un suo fan senza se e senza ma.

L’attività investigativa del PM è finalmente resa con competenza e realismo. I tre casi che intersecano la vita del magistrato non sono direttamente correlati tra di loro ma compongono tutti assieme il mosaico di una provincia bolzanina costruita in una sorta di eco sistema sociale e culturale che riesce a essere nello stesso tempo tremendamente altro e insieme famigliare.

Il femminicidio, l’abuso su minori e uno squallido, agghiacciante assassinio per motivi d’interesse economico sono mali contemporanei che imbrattano quotidianamente la cronaca e Katia Tanti li narra e sviscera con minuzia chirurgica, rendendo palesi sempre quei contrasti, quelle tensioni duali che da sempre contraddistinguono la sua splendida terra.

Il romanzo ha un andamento  armonico e non rinuncia a quello stato di tensione costante degna di un navigato thriller anglosassone. A tal proposito, basta leggere il capitolo del pedinamento in Austria e  che ne fa, nel complesso  una lettura coinvolgente e caldamente consigliata.

 

 

Tortona nove corto, di Pier Emilio Castoldi

Sinossi (direttamente dal sito dell’editore):

Una storia di sassi per Dante Ferrero. Ma cosa si nasconde dietro i sassi? In una Tortona più noir che mai, seguendo la scia di omicidi efferati e di un manipolo di ragazzi, Dante “pedante “ Ferrero giornalista de “la Stampa” di Alessandria, si troverà a investigare su un caso scottante. Tra Servizi segreti, veri o presunti, malavita organizzata, pallottole vaganti, mani mozzate e tanta ironia il noir più adrenalinico che sia mai stato scritto all’ombra della madonna della guardia.

Esiste una scuola di giallisti italiani che ha fatto del genere una lente d’ingrandimento non solo della società italiana ma anche delle sue variegate peculiarità territoriali. Parafrasando Guareschi, è risaputo che l’Italia è una Repubblica fondata sui campanili e questo aspetto di atomizzazione delle realtà nazionali diventa una caratteristica dirimente delle storie, trasformandone il linguaggio, lo stile e la narrazione.

Pier Emilio Castoldi, con il suo Tortona nove corto si aggiunge al novero e lo fa con una trasformazione nello stile, nel linguaggio e nella capacità inedita di gestire una trama che in realtà non presenta particolari caratteristiche di originalità.

Il giallo italiano, come i gialli di tutto il mondo è un genere codificato dal quale è difficile sbordare. L’indagine, la ricerca del colpevole, l’affresco della provincia sono gli aspetti che si ripetono e che soltanto l’abilità e l’ occhio dell’autore riescono a declinare in maniera inedita. Proprio come il caso di Castoldi.

Lombardo della Lomellina e residente nell’alessandrino, Castoldi riassume nella sua scrittura le peculiarità di queste due anime così prossime, unite dallo sfumare delle nebbie. Una storia ancorata all’oggi, attuale, concreta come concreto è il protagonista, quel Dante Ferrero che si gusta il mondo come si gusta un panino col salame innaffiato da barbera. Un “occhio” letterario che mi ha ricordato un po’ il Calvino di Marcovaldo e l’umorismo caustico di Guareschi; il tutto ammantato da uno spirito da hard boiled della padana.

Il nuovo Castoldi è un autore da tenere d’occhio.

La variabile Costante di Vincenzo Maimone

Sinossi dal sito dell’editore Frilli:

L’efferato delitto di una giovane donna scuote la tranquilla routine settembrina della cittadina barocca di Acireale, adagiata ai piedi dell’Etna. La pista privilegiata è quella del delitto passionale, della lite domestica, una come tante, degenerata in assassinio.Ma forse le cose non stanno proprio in questi termini. Le vicende personali e professionali di Tancredi Serravalle, docente di Storia e Filosofia, incalzato dalla nuova preside, ossessionato dai programmi ministeriali, pungolato senza sosta dall’ironia irriverente del suo demone socratico, e del commissario Giacomo Costante, pendolare per amore della sua passionale dirigente di banca, si intersecano, intrecciandosi in una trama intensa che funge da pretesto per fotografare uno spaccato di realtà e suggerire alcuni spunti di riflessione sulla frenesia della società contemporanea. Una serie di circostanze contingenti, di più o meno fortuite variabili, come pure la morte nel capoluogo lombardo di un pregiudicato, vecchia conoscenza del commissario, spingerà Giacomo Costante ad allargare il fronte geografico e investigativo delle indagini e ad occuparsi di palestre, locali di lap dance, aguzzini ucraini e traffici illeciti tra Acireale e Milano. Un intreccio che coinvolgerà, apparentemente suo malgrado, anche il professor Serravalle

Sono più di una le varibili costanti che affiorano da questo giallo dalle molteplici sfumature. La principale è l’assoluta relatività del quotidiano e di come tra le sue pieghe, lo straordinario si ritrova con effetti drammatici.

Dal più classico degli spunti gialli -l’assassinio di una giovane e bella ragazza- si dipana una vicenda che tange gli aspetti più disparati dell’oggi in un ordinato caleidoscopio di mafia, delinquenza dell’est,  spaccio e  distribuzione di sostanze anabulizzanti, il giro delle palestre e dei locali di lap dance fino alle problematiche del mondo della scuola e la globalizzazione delle relazioni, che avvicinano la splendida e barocca Acireale, la dinamica e un po’ schizofrenica Milano e la lontana Ukraina.

I due protagonisti sono diversi ma non contrapposti. Giacomo Costante (nomen omen) è un commissario della Polizia di Stato, uomo d’ordine che tiene fede al suo cognome, pacato, rigoroso, riflessivo. Un uomo che sembra aver fatto della ricerca di un equilibrio, di una simmetria, una ragione di vita. In tutta questa sua ambizione all’armonia, si ritrova a vivere una storia d’amore con una donna, Carla, che vive a Milano, costringendolo a un dolce pendolarismo; un nomadismo del cuore che si contrappone a un’altra transumanza ben più drammatica, quella che vede l’intreccio ormai senza frontiere della malavita organizzata.

Tancredi Serravalle è invece un professore di filosofia che di fronte al kaos potenziale che sembra sempre pronto a travolgere le esistenze di tutti, antepone la sua visione del mondo, perennemente messa a fuoco dalla sua disciplina d’elezione, la Filosofia. Il suo approccio però non è ne etereo o avulso dalla realtà che vive. Lontano dagli stereotipi, Serravalle è apparentemente un uomo qualunque che per vocazione inconscia e amicizia si ritrova invischiato nei casi di Costante. Se il commissario è il personaggio che permette lo sviluppo più propriamente giallo e poliziesco delle trame di Maimone, Tancredi è la lente che permette di cogliere le diverse sfaccettature che l’autore vuole mostrare. Il suo essere insegnante lo mette di fronte alla complessa problematica del mondo scolastico, dei contrasti che portano l’avvicendarsi di riforme nel mondo dell’istruzione e per assurdo sembrano pregiudicare il fine ultimo e più alto della scuola: la formazione di futuri cittadini acculturati e preparati ad affrontare il mondo. Un uomo qualunque che smentisce dunque l’aggettivo. Che attraverso la sua apparente “normalità” riflette, considera, s’interroga e investiga. Regista occulto di tutte le azioni di Tancredi è il suo personale Demone Socratico. Suggeritore ironico e sarcastico che tenendo fede alla sua natura, si erge a sorta di grillo parlante filosofico del nostro co protagonista.

Non credo che sia casuale che in matematica, grandezze costanti e variabili portano alla proporzionalità. La proporzione come risultato della collaborazione dei due personaggi principali.

La scrittura di Maimone è linda, lineare. Scorre con apparente leggerezza picchiettandola occasionalmente di descrizioni evocative dei luoghi e delle atmosfere. Anche nelle singole parole si respira quella “normalità” mutevole e ingannevole che contribuisce a calarci senza nemmeno rendercene conto nella tragica complessità del divenire.

Addio alla Baronessa del mistero: P.D.James

Appresa la notizia per radio, sulla strada di ritorno a casa, stasera non potevo non ricordare la celebre autrice britannica Phyllis Dorothy James la creatrice dell’ispettore Adam Dalgliesh e Cordelia Grey

Nata a Oxford il 3 agosto 1920, P.D.James aveva abbandonato le scuole a sedici anni, pochi anni dopo veniva assunta come impiegata all’ufficio delle imposte per poi diventare assistente teatrale. La vita di questa signora non è stata facile; sposa nel 1941 un medico militare che dopo la guerra accusa gravi disturbi mentali così che la giovane sposa sarà costretta a crescere le due figlie completamente da sola. Si accosta alla scrittura verso gli anni ’50 e il primo romanzo pubblicato vedrà le stampe nel 1962: Copritele il volto, il primo del ciclo dedicato all’ispettore Dalgliesh. Il romanzo funziona. Palesemente influenzato dagli schemi cari ad Agatha Christie è contraddistinto da uno stile elegante, a tratti soffuso e da una buona caratterizzazione dei personaggi.

Seguirà l’anno dopo Una mente per uccidere poi una produzione discontinua che proseguirà fino al 2013 con Morte a Pemberley ultimo romanzo scritto dall’autrice. Nella sua carriera ha potuto fregiarsi tre volte del Silver Dagger Award il “secondo” premio del prestigioso Golden dagger Award assegnato dalla Crime Writers association e sia il Macavity Award che il Cartier Diamond Dagger nel 1987.

Una figura di primo piano per la letteratura di genere alla quale perdono anche il suo essere conservatrice e autorevole membro permanente della camera dei Lord per i tories! Scherzi a parte, sul Taccuino giallo non poteva mancare un ricordo per questa importante penna. Buon riposo mylady.

 

Bruno Morchio, Genova e Bacci Pagano

Sinossi dalla pagina Amazon del romanzo:

Bacci Pagano è un vecchio investigatore privato che ha perso per strada tutti i sogni e le speranze della sua gioventù. Dopo aver creduto nella rivoluzione si è fatto cinque anni di galera come terrorista rosso, per uno scherzo del destino e senza mai esserlo stato. La moglie lo ha lasciato e da dieci anni non vede più sua figlia. Anche la giovane fidanzata lo ha mollato. Gli resta ancora qualche amico, come il commissario Pertusiello, dirigente della Squadra Omicidi della Mobile di Genova. I carruggi sono il suo territorio, nei carruggi vive e lavora muovendosi su una vecchia Vespa color amaranto. E il centro storico di Genova, sospeso tra degrado e speculazione travestita da modernità, rappresenta lo scenario su cui si muovono i personaggi del romanzo.
Mentre sta indagando su un oscuro faccendiere per conto di un’antica famiglia genovese assediata dalla mafia, Bacci Pagano conosce la giovane fidanzata del suo cliente, donna impetuosa e nevrotica che lo cerca e lo respinge, e scopre che costei è al centro di una situazione ambigua e complicata fatta di finte ingenuità e di cinici calcoli che portano fino al delitto. Nel frattempo un suo vecchio compagno del sessantotto lo assolda per ritrovare una carabina rubata dalla sede di una radio. Con quella carabina qualcuno vuole attentare alla vita del Presidente del Consiglio, in visita a Genova

Sono dell’idea che a dispetto della profonda e a volte sfacciata territorialità che contraddistingue il giallo/noir italiano, Bruno Morchio 

Bruno Morchio

 abbia una visceralità nell’evocare la sua città che a dispetto di altri classici esponenti, sempre malinconicamente legati alle loro città o terre, emerge con una profondità e una gamma di sensi e sfacettature di rara potenza. L’avatar di questo viaggio nella genovesità di Morchio è l’investigatore privato Giovanni Battista “Bacci” Pagano. Personaggio che è sintesi quasi perfetta tra figlio della Genova più vera e loser tipico da noir maledetto, con tanto di passato dietro le sbarre, errore giudiziario e vita sentimentale tormentata come i carrugi spazzati dal vento nell’umido inverno ligure e in questo caso, l’aggettivo di noir non è campato per aria, perchè gli elementi strutturali del genere sono rispettati ma senza rigidi schematismi. La scrittura, in una prima persona elegante, evocativa e ben amalgata tra visione interiore e atmosfere scorre facendoci annusare una sinfonia di odori, visioni e impressioni nelle quali una complessa vicenda di sospette corna, corruzione, malavita organizzata e politica spettacolo si dipana tra il pathos delle imminenti festività natalizie, la rabbia di un mondo proletario sempre più oscurato dal luccicore falso e abbagliante di flash, ribalte mediatiche e un’assoluta mancanza di scrupoli da parte dei poteri forti. Quegli stessi poteri che stanno divorando come tarli voraci la Liguria e l’intera nazione. Nei riferimenti politici dei romanzi di Morchio, emerge in tutta la sua insopportabile pacchianaggine il berlusconismo più becero ma anche oggi, un medesimo stato di cose, rende la descrizione pesantemente attuale e per nulla invecchiata. Gli ultimi, gli sconfitti,gli emarginati, coloro che le ballate di De Andrè hanno reso angeli laici e muti, ritornano tra le pagine di Morchio senza falsi candori, senza zuccherose esaltazioni. La Genova di Bacci pagano è bella perchè vera, perchè non è una semplice guida turistica. E’ anche sporca, livida, ingrata, fredda e ostile, di quell’ostilità burbera che una volta accettata e superata sa regalare scorci sempre nuovi. In questo, l’immedesimazione del protagonista con la metropoli è perfino empatica. Com’è Genova è Bacci. Affascinante, sensuale ma spigoloso e spietatamente sincero.

Non c’è una costruzione di linguaggio mediata e commistionata al dialetto come ha fatto Camilleri. Il ligure non è il siciliano e una commistione suonerebbe probabilmente troppo ostica ma la parlata cantilenante emerge con termini perfettamente intessuti nella narrazione, ricordando a tratti la scrittura secca, ritmata e apparentemente sporca di Beppe Fenoglio. I romanzi del ciclo di bacci Pagano sono probabilmente tra i più belli ed evocativi noir del panorama nazionale. Non solo si leggono. Si respirano.