La Ballata del Re di pietra

Copertina definitiva

Sinossi: Un piccolo aereo si schianta inspiegabilmente nel Canalone Coolidge, sulla parete nord del Monviso. Era il prototipo di un modello innovativo, progettato dal collaudatore, l’ingegner Icardi deceduto nell’incidente, prodotto dalla Granda Avio, società piemontese specializzata nel campo aeronautico. La società assicurativa con la quale la Granda aveva stipulato una polizza milionaria vuole vederci
chiaro e incarica Giorgio Martinengo di indagare sull’incidente e sui responsabili della società. Martinengo decide di lavorare sul posto e si reca al cospetto del Re di Pietra, il Monviso, accompagnato da due esperte guide del territorio, i litigiosi Beppe e Anna, Angela Beccaris la responsabile legale della società assicurativa e da due rappresentanti della Granda, il patron dell’azienda dottor Osella e la sua assistente, Raffaella Ferrero. Contemporaneamente si apre una serrata caccia all’uomo: una guardia giurata addetta al trasporto valori uccide i colleghi e fugge col bottino, sembra, cercando di passare da uno dei tratti di collegamento tra Italia e Francia che il Monviso assicura. Un caso apparentemente slegato dalle indagini di Martinengo se non fosse per uno scontro a fuoco che coinvolge l’investigatore e il problematico gruppo di persone che ha al seguito. Osella rimane ferito seriamente e l’indagine diventa ancora più complessa. Un caso pericoloso come una scalata e duro come la montagna per Giorgio Martinengo in trasferta alpina, dove la fuga del rapinatore interferisce pericolosamente con il lavoro del nostro investigatore e troppi scheletri sembrano nascosti negli armadi di tutti i coinvolti.

Le mie storie nascono per sedimentazione. La mente è sempre concentrata nel pensiero di quello da scrivere: che cosa, come e perchè. Giro con un tascapane pieno di agende Moleskine e matite e biro oltre a un libro, l’ereader e oggetti di varia utilità. Le agende sono tutte scritte. Una ha annotazioni di tipo lavorativo, gli orari, i promemoria del vivere quotidiano e in mezzo qualche pensiero; spizzichi e bocconi di cose che mi volano per la testa. La seconda, scritta più fitta, è quella degli appunti. Idee, spunti, frasi, potenziali incipit, riflessioni su concetti e considerazioni. Come ghiaia sul letto del fiume della coscienza stanno lì ad accumularsi. Poi c’è il gioco dell’assemblaggio, perchè di solito l’associazione è: un’idea una storia ma se nella storia mescolo più idee, il romanzo è più divertente e, credo, interessante.

È successo così anche per l’ultimo romanzo pubblicato ( Il nono pubblicato il decimo scritto perchè uno è ancora nel limbo degli inediti). Tre anni fa avevo trascorso le ultime ferie sul Monviso, il classico tour circolare, quello che parte dal Quintino Sella, fa una tappa al rifugio Vallanta, si passa il Buco di Viso, si dorme al Refuge du Viso in Francia, si rientra in Italia sempre dal Buco finendo a Pian del Re e chiudendo il giro di nuovo al Sella. Scarpinare al cospetto del Re non è semplice trekking, è sondare le proprie radici e ritrovare quello stupore divino che faceva sì che i nostri più antichi antenati, quei Liguri mescolati con i celti che avevano popolato una fetta importante dell’Europa sud occidentale, provavano nei confronti delle montagne (d’altronde anche gli antichi greci avevano accasato il loro pantheon sulla cima dell’Olimpo).

La montagna impone un approccio che non può essere lasciato al caso, è una cartina al tornasole del rispetto che l’uomo porta alla natura. E non perdona blasfemie.

Inchinatevi al Re

Strutturare una trama in un contesto come quello del Monviso non può ignorare la disciplina che la montagna impone, ne, ancor meno, la mentalità in qualche modo mistica ma pratica che si deve avere vivendola, perciò l’approccio nella stesura de La ballata del re di Pietra è stato innanzitutto di tipo tecnico, grazie alla consulenza del signor Gribaudo del CAI di Cuneo e poi dell’amico e collega autore, il capitano dei CC Marco Cardone per gli aspetti operativi.

Il canalone Coolidge

La Ballata del Re di Pietra vede un’indagine su un incidente aereo, una caccia all’uomo dopo una clamorosa rapina ai danni di un furgone portavalori e una serie di rapporti complessi e conflittuali fra tutti i personaggi della vicenda. Banalmente credo che il romanzo rimarrà inscritto nei polizieschi anche se la presunzione tipica dello scribacchino dentro di me fa pensare sempre a quel qualcosa in più che in realtà non sta proprio al sottoscritto dichiarare.

Poi ci sono i padri nobili, quegli autori che con le loro opere hanno scolpito il mio animo lungo il tempo dell’esistenza. La caccia dell’uomo che ho messo in scena ha un debito particolare con La Rabbia giovane, di Terrence Malick; uno splendido e crepuscolare lungometraggio del 1973. Una cronaca poetica della fuga di due giovani che sul loro cammino avevano lasciato una lunga e sanguinosa scia di assassinii indiscriminati e ispirato a un fatto realmente accaduto, esattamente come era realmente accaduta una rapina a un furgone portavalori con una dinamica simile a quella che descrivo nel libro.

Martin Sheen ne La rabbia Giovane

Il secondo padre è niente popò di meno che John Steinbeck. Di Steinbeck ho sempre ammirato la scrittura moderna ed evocativa, la durezza del mondo che descriveva e l’attenzione agli aspetti sociali delle sue opere. leggendo un saggio di Giuseppe Lombardo (Letteratura Americana-I contemporanei, Pagine ed.) mi sono così imbattuto nel suo Paradosso Etico. Compare per la prima volta nel 1941, in Sea of Cortez;“Il paradosso etico che, secondo la sua concezione, regola l’esperienza umana: l’umiltà, la generosità, la tolleranza, la saggezza, universalmente riconosciute come qualità positive, nella dimensione del vivere sociale sono impotenti compagne del fallimento; solo l’egoismo, la crudeltà, l’avidità, cioè le qualità negative, garantiscono il successo, la presa salda e duratura sulla realtà. (…) il paradosso “serve per mettere a fuoco i nodi irrisolti e però non assurge mai a sistema”

L’esposizione così dura e apparentemente priva di speranze è in realtà una riflessione necessaria per una presa di coscienza e costruire un affrancamento da questa stato di cose. Spunti inevitabilmente utili che hanno permesso la nascita della nuova indagine di Giorgio Martinengo.

L’opera citata

Ritorno a Pavia, di Alessandro Reali

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Sinossi, dal sito dell’editore:

Alfio Saligari, Gianni Rubio Fagioli, Arianna Denti… Cosa è rimasto di tutti loro dopo quel maledetto aprile 1981? E di Lorenzo Colli? Dalla baita in Val d’Ayas, dove ora vive in solitudine, ha intrapreso un nuovo percorso di vita nella luce di una rinascita interiore, di una riscoperta spiritualità. Da quel terribile giorno, che ha cambiato le vite di ragazzi che credevano nella lotta armata come unico modo drastico per ripulire la società sporca dal fango della corruzione e dell’ingiustizia, sono passati più di trenta lunghi anni, e hanno lasciato segni indelebili su tutti coloro che hanno partecipato in prima linea a quegli eventi. E quegli eventi hanno marcato, più o meno indirettamente, anche la vita di Sandro Bontempi che oggi, dalla finestra del suo appartamento in Borgo Ticino, a Pavia, guarda, osserva uno scorcio della sua attuale città, ma i pensieri, si sa, fanno brutti scherzi e lo riportano indietro nel tempo, quando Pavia era un’altra città, percorsa da fremiti, paure, tensioni, lotta politica violenta, come lo era l’Italia degli anni ’70-’80. Finché un giorno la sua routine quotidiana è incrinata. Un mondo di corrotti e corruttori, di ideali e cieche ideologie si ricompone in un intricato puzzle in cui mancano però alcune tessere. A ritrovarle saranno, come sempre, Sambuco e Dell’Oro, con il loro fiuto e la loro esperienza, così da ordinare ogni elemento del puzzle, tra passato e presente, in una Pavia che si sta preparando ad attendere un altro Natale.

Ogni storia ha un’anima. Ha un suo universo nel quale nasce, si sviluppa e muore.

Ha una sua stagione.

Ritorno a Pavia, di Alessandro Reali è invernale e non potrebbe essere altrimenti perchè vivere nei contrasti, nella sospensione tra luci e ombre, tra caldo e freddo appartiene al comune sentire di chi certi inverni li ha nel proprio DNA. La prima impressione che ho avuto leggendo quest’opera di Reali è stata una profonda empatia. Perchè la sua Pavia mi ha ricordato molto la mia Asti, Asti che ritorna in una sorta di intima parentela attraverso le note di Paolo Conte, che costellano molti capitoli. Il freddo e la nebbia che ammantano tutto: case e personaggi, campagne e cieli coperti, è una condizione esistenziale che scandisce lo snodarsi di una vicenda complessa e altalenante nel tempo. Lo definirei un noir quasi filologico dove l’aspetto poliziesco diventa secondario se non addirittura ininfluente e lo spirito di un territorio e di una città emerge attraverso un malinconico caleidoscopio, legato dalle molteplici facce dell’amore. Reali parte da una stagione con la quale la memoria collettiva di una nazione non è ancora riuscita a fare i conti: gli anni di piombo. Quella stagione  cupa e disperata dove gli ultimi idealisti naufragavano miseramente sulle spiagge di una violenza vana e s’infrangevano contro gli scogli della storia.

In Ritorno a Pavia ritorna una costante di amore tradito e non corrisposto che strazia un po’ tutti, dai miti politici decaduti di Lorenzo Colli alle cause perse di Alfio Saligari, dall’Amore della vita di Bontempi all’esilio altruista di Arianna Denti fino alle esistenze dolenti di Sanbuco e Dell’Oro, i due investigatori che si muovono per la provincia pavese con flemma britannica uno, con la rudezza dell’uomo di strada dai trascorsi filo fascisti l’altro. Storia profondamente settentrionale, Ritorno a Pavia si dimostra come una sorta di versione padana dei complessi hard boiled alla Chandler, un Lungo Addio soffuso tra le nebbie, scandito da jazz e blues e frequenti puntate nei locali simbolo della città. Sale da tè e night dove si spiaggiano gaudenti rampolli di potenti famiglie, baretti di provincia con cameriere dalle grandi tette e cafè in centro.

C’è una costruzione musicale nella narrazione di Reali, la sofferenza sincopata del blues, lo stile a volte barocco a volte cacofonico di certo jazz sulfureo e una scrittura densa, ansiosa, a volte fin troppo indulgente, tesa allo sforzo continuo di evocare gusti e luci, atmosfere e ricordi. Un peccato veniale nel quale si specchia  l’ambizione di un autore che si alza man mano l’asticella andando oltre la narrativa di genere per diventare il cantore di una città che sembrava attendere il suo con l’indolenza di una puttana che nasconde un cuore affettuoso.

realiAlessandro Reali nasce a Pavia il 4 febbraio 1966. Lavora presso un laboratorio chimico ENI. Legge molto. Ama l’arte. Ascolta i cantautori italiani, Bob Dylan, il blues e il jazz. Gli piace la quiete, fumare la pipa, il toscano e, ogni tanto, fare notte in birreria con gli amici di sempre. Per Fratelli Frilli Editori ha già pubblicato Fitte nebbie. La prima indagine di Sambuco & Dell’Oro (2012 III ed.), La morte scherza sul Ticino. La seconda indagine di Sambuco & Dell’Oro (2013 II ed.), Risaia crudele. Quei giorni dell’inverno ’45 e Sambuco e il segreto di viale Loreto (2014).

Autore in costante evoluzione, con un profondo amore per lo scrivere, un nome da tenere d’occhio.

Tortona nove corto, di Pier Emilio Castoldi

Sinossi (direttamente dal sito dell’editore):

Una storia di sassi per Dante Ferrero. Ma cosa si nasconde dietro i sassi? In una Tortona più noir che mai, seguendo la scia di omicidi efferati e di un manipolo di ragazzi, Dante “pedante “ Ferrero giornalista de “la Stampa” di Alessandria, si troverà a investigare su un caso scottante. Tra Servizi segreti, veri o presunti, malavita organizzata, pallottole vaganti, mani mozzate e tanta ironia il noir più adrenalinico che sia mai stato scritto all’ombra della madonna della guardia.

Esiste una scuola di giallisti italiani che ha fatto del genere una lente d’ingrandimento non solo della società italiana ma anche delle sue variegate peculiarità territoriali. Parafrasando Guareschi, è risaputo che l’Italia è una Repubblica fondata sui campanili e questo aspetto di atomizzazione delle realtà nazionali diventa una caratteristica dirimente delle storie, trasformandone il linguaggio, lo stile e la narrazione.

Pier Emilio Castoldi, con il suo Tortona nove corto si aggiunge al novero e lo fa con una trasformazione nello stile, nel linguaggio e nella capacità inedita di gestire una trama che in realtà non presenta particolari caratteristiche di originalità.

Il giallo italiano, come i gialli di tutto il mondo è un genere codificato dal quale è difficile sbordare. L’indagine, la ricerca del colpevole, l’affresco della provincia sono gli aspetti che si ripetono e che soltanto l’abilità e l’ occhio dell’autore riescono a declinare in maniera inedita. Proprio come il caso di Castoldi.

Lombardo della Lomellina e residente nell’alessandrino, Castoldi riassume nella sua scrittura le peculiarità di queste due anime così prossime, unite dallo sfumare delle nebbie. Una storia ancorata all’oggi, attuale, concreta come concreto è il protagonista, quel Dante Ferrero che si gusta il mondo come si gusta un panino col salame innaffiato da barbera. Un “occhio” letterario che mi ha ricordato un po’ il Calvino di Marcovaldo e l’umorismo caustico di Guareschi; il tutto ammantato da uno spirito da hard boiled della padana.

Il nuovo Castoldi è un autore da tenere d’occhio.

Risaia crudele di Alessandro Reali

Sinossi dal sito dell’editore Frilli:

“In tempi di guerra la povera gente cerca di sopravvivere alle brutture e alle angherie dei più forti e prepotenti con la forza della disperazione. La fame e la miseria esacerbano il dolore ed esaltano le sofferenze sino all’esasperazione, portando alle estreme conseguenze i sentimenti, le scelte e le azioni. Poi tutto passa e sfuma, si dissolve nella nebbia e sembra sparire… Finché un giorno, una lettera inaspettata riapre antiche ferite e catapulta il pensiero nel vortice torbido del passato. Inizia allora un lungo viaggio nei luoghi (dai vigneti della California alle risaie della Lomellina) e a ritroso, nel tempo, attraverso i labirinti delle gelosie, dei desideri di vendetta e di gesti efferati. In un borgo tenuto ormai in vita solo da un rinomato ristorante e dallo scorrere inesorabile del suo fiume, Lisandro ripercorre con il ricordo quei terribili giorni dell’inverno tra il 1944 e il 1945, quando si consuma la tragedia che segnerà per sempre il suo destino. In un torrido pomeriggio d’agosto, a distanza di più di cinquant’anni da quegli eventi, tra le risaie della sua terra, nel piccolo cimitero di Casoni Borroni, rivivono negli occhi e nei ricordi del vecchio Lisandro le vite di Cristina, don Dalmazio, Leone, Santino, Modesta, dell’allora giovane Lisandro… e di tutte quelle figure che la memoria si è portata via, trasportata dalle acque inarrestabili del fiume Agogna”.

Parlare dei libri di Alessandro Reali significa parlare della Lomellina. Un territorio storico e geografico a cavallo tra Piemonte e Lombardia con peculiarità che ne hanno sempre influenzato vita e cultura. Una zona difficile, contraddistinta da vaste risaie e in conseguenza da un clima particolarmente umido e ostico.

Una durezza forgiata da una visione cupa e pessimista sembra ammantare ogni cosa, in Risaia crudele, a partire dal titolo. Reali scrive un noir, anzi, viste le vicinanze, lo definirei un neir, pervaso da uno spirito pavesiano, dove gli strali dell’esistenza non danno tregua a nessuno. Rievocando uno dei periodi più difficili e violenti della nostra storia recente, Reali racconta la rabbia tellurica, il rancore bruciante che ardeva negli animi dei lomellini nel terribile inverno 1944/1945 dove l’aria gelida di una imminente resa dei conti, sembrava sbrigliare vendette e rivalse. Tutti contro tutti tra i vicoli e le case ammantate di gelo e di nebbia tra i paesi della Lomellina.

E’ una lettura cupa e famigliare, quella di Reali. Territorio e protagonisti sono saldamente legati, empatici. L’intreccio di Risaia crudele altalena tra l’oggi e il passato e ci si rende conto che il tempo non è un lenitivo delle ferite del’anima.

Il marchio di questa rabbia, segna tutti i protagonisti del romanzo. La tragedia diventa così diffusa e onnipresente come le nebbie che si levano dalle risaie; si respira implacabile senza che nessun simbolo diventi rifugio dal quale trarre sollievo: gli uomini, le donne, le istituzioni; tutti portano sulle spalle e nelle coscienze il peso degli eventi.

E’ scritto con un ritmo dolente, Risaia crudele. Reali ha uno stile che si sta evolvendo e che riesce a essere duro e secco ma senza una vera furia che invero, sarebbe stata superflua. Mostra anzi una dolcezza, una pietas verso i suoi personaggi che altri autori non riuscirebbero a tirare fuori. Vuoi perchè risulterebbero melensi oppure perchè le loro parole perderebbero mordente. Nel caso di Reali, questo mordente emerge con lentezza, si dipana come una meta lontana e sfuggente che si palesa tra le foschie della Lomellina come il sogno di ogni uomo che calca queste terre.

Trappola a Porta Nuovo, di Rocco Ballachino

Compagno di scuderia, Rocco Ballacchino è un altro interessante esponente di quel neir che ho presuntuosamente auto nominato e nel quale, inserisco tranquillamente anche questo Trappola a Porta Nuova. Prima di proseguire, questa è la sinossi, tratta direttamente dal sito dell’editore:

Daniele Bagli, un impiegato dalla piatta quotidianità, vorrebbe vivere un “giorno perfetto” incontrando una misteriosa ragazza, conosciuta su Facebook, di cui non ha mai visto nemmeno una foto. Affascinato però dalle sue parole è rimasto impigliato in quella rete virtuale che sta per assumere le fattezze della realtà. La stazione di Porta Nuova dovrebbe ospitare il loro primo appuntamento ma Bambi, è quello il suo pseudonimo, non scenderà mai da quel treno in arrivo sul binario 13. Quando poi il protagonista scoprirà il tragico destino di quella donna inizierà a confrontarsi con i suoi assillanti sensi di colpa e con la sensazione, che si tramuterà poi in certezza, di essere vittima di una impietosa trappola che prevede la sua incriminazione per quel delitto. In una torrida Torino, emotivamente sconvolta da quell’evento, inizierà infatti una caccia all’uomo in cui Daniele, braccato dalle forze dell’ordine, si muoverà alla ricerca di una spiegazione, di una possibilità di salvezza ma, soprattutto, di un nemico verso cui indirizzare tutta la propria rabbia.

A fine romanzo, nella pagina dei ringraziamenti, l’autore cita tra gli altri, Feodor Dostoevskij e Alfred Hitchcock e in effetti, il romanzo, risente potentemente dei due maestri. L’aspetto saliente di Trappola a Porta Nuova (da ora in poi TaPN)è la sensazione di inesorabilità degli eventi che sembrano risucchiare il protagonista,Daniele Bagli, in un gorgo di disperazione; catapultandolo da un appuntamento sul quale si caricano innumerevoli aspettative, all’incubo angosciante di risultare colpevole di un efferato delitto. A questo primo livello della narrazione, ritroviamo un plot obiettivamente molto hitchcockiano tanto che nel capitolo in apertura, quando Daniele si reca a Porta Nuova, con un abito inadeguato e un tenero e impacciato mazzo di fiori per la bella misteriosa conosciuta su Facebook, mi era impossibile non figurarmi la scena attraverso un lungo piano sequenza, sullo stile di Nodo alla gola e nella mente questa musica immortale:

Curioso notare come anche in Nodo alla Gola, erano ravvisabili elementi introspettivi e ossessionanti che rimandavano a Delitto e Castigo.
L’odissea di Daniele Bagli è interamente vissuta dalla voce del protagonista che narra in prima persona, una scelta non scontata, che immerge il lettore in un coinvolgimento diretto e senza scorciatoie. Si vive la speranza, lo sgomento, l’angoscia senza filtri, direttamente sulla pelle di chi si racconta. Incredulità e paranoia si sviluppano senza posa. La trama si dipana in un crescendo che viene mitigato da uno stile estremamente corretto, pulito, limato, ai limiti di un manierismo che forse avrebbe avuto bisogno di qualche smussatura dal momento che era tutto raccontato in prima persona.
Come ci si aspetta, la progressione dell’indagine personale e l’incalzare degli eventi, accelerano e si moltiplicano man mano che ci si avvicina alla conclusione. L’unica forzatura che vi ho ravvisato ma che non inficia minimamente il piacere e la passione della lettura di TaPN è la complicità di un commissario che sembra sbucare dalla vicenda con un’urgenza artificiosa ma che è in fondo funzionale allo sviluppo degli eventi.
Il senso di oppressione che si respira per tutto il romanzo è veramente soffocante, la sagoma incombente del Fabbricato Viaggiatori, con la sua struttura fine ottoecentesca uno sfondo potente e caratterizzante che proietta un’ombra funerea su tutti i protagonisti e rende sicuramente Ballacchino una penna da tenere d’occhio nel panorama della Tori(noir) che sta sorgendo. Un neir assolutamente consigliato.