Ritorno a Pavia, di Alessandro Reali

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Sinossi, dal sito dell’editore:

Alfio Saligari, Gianni Rubio Fagioli, Arianna Denti… Cosa è rimasto di tutti loro dopo quel maledetto aprile 1981? E di Lorenzo Colli? Dalla baita in Val d’Ayas, dove ora vive in solitudine, ha intrapreso un nuovo percorso di vita nella luce di una rinascita interiore, di una riscoperta spiritualità. Da quel terribile giorno, che ha cambiato le vite di ragazzi che credevano nella lotta armata come unico modo drastico per ripulire la società sporca dal fango della corruzione e dell’ingiustizia, sono passati più di trenta lunghi anni, e hanno lasciato segni indelebili su tutti coloro che hanno partecipato in prima linea a quegli eventi. E quegli eventi hanno marcato, più o meno indirettamente, anche la vita di Sandro Bontempi che oggi, dalla finestra del suo appartamento in Borgo Ticino, a Pavia, guarda, osserva uno scorcio della sua attuale città, ma i pensieri, si sa, fanno brutti scherzi e lo riportano indietro nel tempo, quando Pavia era un’altra città, percorsa da fremiti, paure, tensioni, lotta politica violenta, come lo era l’Italia degli anni ’70-’80. Finché un giorno la sua routine quotidiana è incrinata. Un mondo di corrotti e corruttori, di ideali e cieche ideologie si ricompone in un intricato puzzle in cui mancano però alcune tessere. A ritrovarle saranno, come sempre, Sambuco e Dell’Oro, con il loro fiuto e la loro esperienza, così da ordinare ogni elemento del puzzle, tra passato e presente, in una Pavia che si sta preparando ad attendere un altro Natale.

Ogni storia ha un’anima. Ha un suo universo nel quale nasce, si sviluppa e muore.

Ha una sua stagione.

Ritorno a Pavia, di Alessandro Reali è invernale e non potrebbe essere altrimenti perchè vivere nei contrasti, nella sospensione tra luci e ombre, tra caldo e freddo appartiene al comune sentire di chi certi inverni li ha nel proprio DNA. La prima impressione che ho avuto leggendo quest’opera di Reali è stata una profonda empatia. Perchè la sua Pavia mi ha ricordato molto la mia Asti, Asti che ritorna in una sorta di intima parentela attraverso le note di Paolo Conte, che costellano molti capitoli. Il freddo e la nebbia che ammantano tutto: case e personaggi, campagne e cieli coperti, è una condizione esistenziale che scandisce lo snodarsi di una vicenda complessa e altalenante nel tempo. Lo definirei un noir quasi filologico dove l’aspetto poliziesco diventa secondario se non addirittura ininfluente e lo spirito di un territorio e di una città emerge attraverso un malinconico caleidoscopio, legato dalle molteplici facce dell’amore. Reali parte da una stagione con la quale la memoria collettiva di una nazione non è ancora riuscita a fare i conti: gli anni di piombo. Quella stagione  cupa e disperata dove gli ultimi idealisti naufragavano miseramente sulle spiagge di una violenza vana e s’infrangevano contro gli scogli della storia.

In Ritorno a Pavia ritorna una costante di amore tradito e non corrisposto che strazia un po’ tutti, dai miti politici decaduti di Lorenzo Colli alle cause perse di Alfio Saligari, dall’Amore della vita di Bontempi all’esilio altruista di Arianna Denti fino alle esistenze dolenti di Sanbuco e Dell’Oro, i due investigatori che si muovono per la provincia pavese con flemma britannica uno, con la rudezza dell’uomo di strada dai trascorsi filo fascisti l’altro. Storia profondamente settentrionale, Ritorno a Pavia si dimostra come una sorta di versione padana dei complessi hard boiled alla Chandler, un Lungo Addio soffuso tra le nebbie, scandito da jazz e blues e frequenti puntate nei locali simbolo della città. Sale da tè e night dove si spiaggiano gaudenti rampolli di potenti famiglie, baretti di provincia con cameriere dalle grandi tette e cafè in centro.

C’è una costruzione musicale nella narrazione di Reali, la sofferenza sincopata del blues, lo stile a volte barocco a volte cacofonico di certo jazz sulfureo e una scrittura densa, ansiosa, a volte fin troppo indulgente, tesa allo sforzo continuo di evocare gusti e luci, atmosfere e ricordi. Un peccato veniale nel quale si specchia  l’ambizione di un autore che si alza man mano l’asticella andando oltre la narrativa di genere per diventare il cantore di una città che sembrava attendere il suo con l’indolenza di una puttana che nasconde un cuore affettuoso.

realiAlessandro Reali nasce a Pavia il 4 febbraio 1966. Lavora presso un laboratorio chimico ENI. Legge molto. Ama l’arte. Ascolta i cantautori italiani, Bob Dylan, il blues e il jazz. Gli piace la quiete, fumare la pipa, il toscano e, ogni tanto, fare notte in birreria con gli amici di sempre. Per Fratelli Frilli Editori ha già pubblicato Fitte nebbie. La prima indagine di Sambuco & Dell’Oro (2012 III ed.), La morte scherza sul Ticino. La seconda indagine di Sambuco & Dell’Oro (2013 II ed.), Risaia crudele. Quei giorni dell’inverno ’45 e Sambuco e il segreto di viale Loreto (2014).

Autore in costante evoluzione, con un profondo amore per lo scrivere, un nome da tenere d’occhio.

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Il Pittore, di Gino Marchitelli

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Sinossi (direttamente dal sito dell’autore):

Un vecchio artista Danese s’innamora dei colori e delle bellezze della natura di Carovigno, nell’alto Salento Brindisino, e si trasferisce a vivere lì, nel centro storico.

Nel suo lavoro artistico quotidiano dipingerà e fotograferà qualcosa o qualcuno che non doveva essere ritratto.
Tre giovani sbandati Carovignesi conducono un’esistenza ai limiti della follia, “oggetti” dell’esclusione e della derisione da parte della società perbenista.
Questo loro “eccedere” li porterà a cacciarsi in un mucchio di guai creando dolore, disperazione, precipitando nell’abisso del delitto.
Il commissario Matteo Lorenzi della mobile milanese e la giornalista Cristina Petruzzi di Radio Popolare, appena usciti dai pericoli e dalla fatica dell’ultima indagine sulla ‘ndrangheta milanese, si troveranno a interrompere le vacanze per indagare e collaborare con le forze dell’ordine locali su due casi di omicidio.

Un dramma, una vera tragedia dell’era moderna che porterà a sfatare i miti del perbenismo, i luoghi comuni dell’interesse personale, l’opportunismo e l’egoismo di un mondo di adulti che non presta più alcuna attenzione ai bisogni e alle grida di aiuto che si levano dalle nuove generazioni.
Ma i veri emarginati sono quei ragazzi che esplicitano apertamente il loro disagio, utilizzando le droghe sintetiche per spaccarsi il cervello, o sono quella miriade di giovani che, dietro un’apparenza tranquilla e remissiva, nascondono una rabbia sociale senza precedenti causata dalla mancanza di prospettiva e di futuro?

Disagio creato da un ventennio di potere politico che ha messo al centro l’apparire e NON l’essere, il potere economico e NON la soluzione al degrado sociale, il proprio tornaconto personale e NON il bene comune collettivo.
Saranno il commissario Lorenzi, la giornalista Cristina, il comandante dei carabinieri e due giovani cameriere Carovignesi ad aiutare a dipanare il terribile mistero.
In un finale senza respiro, triste e doloroso, ammantato di sangue e tragedia, il giovane “Tony lu mazzu”, capobanda degli “esclusi”, svelerà l’altra faccia della medaglia: il lato oscuro di una società egoista e troppo ripiegata su se stessa, tesa a inseguire fama, denaro e potere abbandonando questi ragazzi-bambini ad un solitario futuro di dolore, disperazione e morte.
Il loro grido di dolore rimarrà inascoltato… non ci sarà alcun futuro.

“IL PITTORE”: dalla Danimarca al Salento lo specchio drammatico e amaro della nostra società.

 Se l’evoluzione moderna del giallo/noir nostrano è una spiccata vocazione al sociale, allora Gino Marchitelli ne è uno degli esponenti più convinti. In particolare proprio in questo IL PITTORE emerge la capacità di costruire una trama incalzante che diviene veicolo di analisi e approfondimento delle dinamiche criminali che si possono sviluppare all’ombra di realtà depresse e degradate. Il tutto sullo sfondo contrastante dello splendido paesaggio alto Salentino; una terra dalla bellezza aspra e luminosa, esattamente come lo sono i suoi abitanti. Il termine di “Letteratura militante” calza perfettamente alla scrittura di Marchitelli, autore che non può scindersi dalla sua militanza politica ma la sua grande onestà intellettuale non rende il tutto didascalico ma ben aderente all’impianto narrativo. La realtà del sud con i suoi mali e la sua sobollente voglia di emersione e riscatto emerge con pennellate sapienti, originate da una rara vis narrativa. Il Pittore armonizza uno stile secco, a tratti cronachisitico con un’introspezione diffusa dei suoi personaggi e non dimentica la dimensione del pathos che avvolge ognuno degli attori sulla scena di questo piccolo grande dramma.

Città di polvere, di Romano De Marco

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Sinossi dal sito della Feltrinelli:

“Mi chiamo Marco Tanzi. Sono un ex poliziotto, ex padre di famiglia, ex detenuto. Ho passato quasi otto anni in prigioni come questa. Credevo di essere uscito dall’incubo, ma eccomi di nuovo qui. Stavolta, però, ho una missione. Disperata, come al solito, e dalla quale dipendono parecchie vite. Sempre ammesso che prima riesca a salvare la mia.”

Un tempo Marco Tanzi era il miglior poliziotto di Milano. Poi la galera, gli anni da clochard, l’esilio volontario, fino alla riabilitazione e al ritorno. La sua vita ora scorre su binari tranquilli, finché non gli viene chiesto di collaborare a un’indagine non autorizzata. La sua missione: infiltrarsi nel peggior carcere d’Italia per ottenere informazioni da un contabile della malavita e infliggere così un duro colpo alla ’ndrangheta che controlla il traffico di cocaina a Milano. 
Tanzi accetta, nonostante il suo amico ed ex collega Luca Betti lo scongiuri di non farlo, temendo che possa nuovamente cedere ai suoi demoni interiori. Intanto una nuova organizzazione criminale ambisce a rimpiazzare la ’ndrangheta immettendo sul mercato la green inferno, una metanfetamina dai devastanti effetti collaterali. La guerra ha inizio con una sanguinosa rapina nel centro di Milano.
Fronteggiare l’escalation di folle violenza non è un compito facile. Tra fiumi di polvere bianca, tradimenti e giochi di potere, Marco, Luca e il nuovo capo della squadra antirapine Laura Damiani, anime tormentate in una città perduta, seguiranno la propria strada fino a quando il destino li riunirà in un finale carico di tensione. Dove niente sarà più come prima.

Bisogna conoscere a fondo il male per poterlo combattere.

Mentre spesso ci si affanna a etichettare i libri del panorama di genere nella narrativa italiana, il caso di Romano De Marco lascia addito a pochi dubbi. Nella sua narrazione scabra e priva di fronzoli si ritrova il ritmo frenetico e la velocità di svolgimento  che richiamano da un lato i duri hard boiled statunitensi, da Spillane ai più moderni MacBain fino a Terry Hayes. Dall’altro le reminescenze attualizzate di una scuola tutta italiana che percorre una parabola coerente:  da Scerbanenco alla galassia cinematografica dei “poliziotteschi” anni ’70. I suoi personaggi sono duri, sporchi e cattivi: il prodotto di un mondo violento e corrotto, del quale Milano ne diventa la capitale (a)morale. C’è il sangue, l’asfalto, la nebbia, la disperazione e un caleidoscopio di mondi e situazioni che si fondono e compenetrano in un eterogeneo paesaggio umano e sociale.

Tra ‘ndrangheta e super poliziotti venduti, neo-fascisti e funzionari integerrimi, la galleria dei personaggi di De Marco fornisce un quadro perfettamente equilibrato tra realismo sociale e personaggi narrati. Ritmo serrato, stile asciutto, essenziale, Città di Polvere si rivela una lettura concitata e coinvolgente. Un romanzo degno del successo che ha avuto e ancora sta vivendo.

 

Ovunque tu vada (Farfalle) di Katia Tenti

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Sinossi (dal sito dell’editore Marsilio)

Il Pubblico Ministero Jakob Dekas, al riparo dal caldo umido che attanaglia Bolzano in pieno agosto, riceve una visita inattesa: è Milena Roman, una vecchia conoscenza, a chiedere aiuto. Il suo ex fidanzato è uno stalker, la tormenta, la tempesta di telefonate, si apposta sotto casa, compare e scompare nel suo bus ogni giorno. Dekas si secca, convinto che l’uomo in realtà non commetta alcun reato. Dopo qualche mese, il cadavere del vecchio
Otto Pixner viene ritrovato in pieno inverno nel giardino di Villa Clemens, residenza delll’avvocato Lukas Plattner, amico fidato con cui condivideva la passione per il gioco d’azzardo. Un malore, uno svenimento, e l’assideramento durante la notte. Tutto normale, se non fosse per un sospetto del medico di base del vecchio che richiede l’autopsia. Una giovane donna accusa un prete di aver abusato di lei quando era ancora ragazzina: per anni la violenza sarebbe rimasta confinata in chissà quale meandro nascosto della sua psiche, per poi riaffiorare gradualmente, grazie
all’aiuto di una psicoterapeuta. Tre casi che impegnano il pm Dekas, all’apparenza distanti, ma che nascondono i segreti di una comunità benpensante e piccolo borghese dietro la bellezza incantata delle Dolomiti.

Si è più volte discusso su come una componente importante della narrativa di genere italiana, sia contraddistinta da una compenente locale che fa la differenza. Nel caso di Camilleri diventa cifra semantica e linguistica, Morchio riesce a evocare questa caratteristica attraverso il paesaggio urbano di Genova; altri autori estrapolano la natura a volte agghiacciante della provincia italiana proprio attingendo alla cultura del territorio, come per esempio Gastoldi, Varesi o Alessandro Reali.

Ovunque tu vada, di Katia Tenti l’ho incontrato per la prima volta in una libreria di Merano e acquistato dopo il classico esame del lettore curioso: incipit e la lettura fugace di un paio di paragrafi presi a caso, pagg. 42 e 69 se non ricordo male.

Credo che una scrittura come quella della Tenti, secca ma non cronachistica, avvolgente ma senza pesantezza, profonda ed emotiva come è lo stile  femminile; risenta profondamente del suo essere Alto Atesina. Al di la’ dei casi di cronaca reale che hanno ispirato il romanzo, è proprio il vivere in una realtà bivoca, altalenante tra i mondi contrastanti del Sud Tirolo e il Trentino. Tutti i personaggi dell’intricata vicenda della Tenti vivono questo costante contrasto a partire da Jakob Dekas, il PM protagonista. Uomo affascinante, intelligente, ruvido e rigoroso, trattato dalla famiglia germanofona come una specie di rinnegato a causa della sua scelta di abbandonare il paese e la “sua gente” per proseguire tutt’altra carriera, andando a studiare giurisprudenza all’università di Padova; in quella Padova sconquassata dagli anni di piombo che lasceranno un marchio indelebile sulle sue memorie. Un uomo che oltre una freddezza che sembra a un passo dallo stereotipo, svela sfaccettature complesse e interessanti, una passione sensuale, l’amore per la musica classica, l’alta fedeltà e Kubrick; trovando in me, così, un suo fan senza se e senza ma.

L’attività investigativa del PM è finalmente resa con competenza e realismo. I tre casi che intersecano la vita del magistrato non sono direttamente correlati tra di loro ma compongono tutti assieme il mosaico di una provincia bolzanina costruita in una sorta di eco sistema sociale e culturale che riesce a essere nello stesso tempo tremendamente altro e insieme famigliare.

Il femminicidio, l’abuso su minori e uno squallido, agghiacciante assassinio per motivi d’interesse economico sono mali contemporanei che imbrattano quotidianamente la cronaca e Katia Tanti li narra e sviscera con minuzia chirurgica, rendendo palesi sempre quei contrasti, quelle tensioni duali che da sempre contraddistinguono la sua splendida terra.

Il romanzo ha un andamento  armonico e non rinuncia a quello stato di tensione costante degna di un navigato thriller anglosassone. A tal proposito, basta leggere il capitolo del pedinamento in Austria e  che ne fa, nel complesso  una lettura coinvolgente e caldamente consigliata.

 

 

Tortona nove corto, di Pier Emilio Castoldi

Sinossi (direttamente dal sito dell’editore):

Una storia di sassi per Dante Ferrero. Ma cosa si nasconde dietro i sassi? In una Tortona più noir che mai, seguendo la scia di omicidi efferati e di un manipolo di ragazzi, Dante “pedante “ Ferrero giornalista de “la Stampa” di Alessandria, si troverà a investigare su un caso scottante. Tra Servizi segreti, veri o presunti, malavita organizzata, pallottole vaganti, mani mozzate e tanta ironia il noir più adrenalinico che sia mai stato scritto all’ombra della madonna della guardia.

Esiste una scuola di giallisti italiani che ha fatto del genere una lente d’ingrandimento non solo della società italiana ma anche delle sue variegate peculiarità territoriali. Parafrasando Guareschi, è risaputo che l’Italia è una Repubblica fondata sui campanili e questo aspetto di atomizzazione delle realtà nazionali diventa una caratteristica dirimente delle storie, trasformandone il linguaggio, lo stile e la narrazione.

Pier Emilio Castoldi, con il suo Tortona nove corto si aggiunge al novero e lo fa con una trasformazione nello stile, nel linguaggio e nella capacità inedita di gestire una trama che in realtà non presenta particolari caratteristiche di originalità.

Il giallo italiano, come i gialli di tutto il mondo è un genere codificato dal quale è difficile sbordare. L’indagine, la ricerca del colpevole, l’affresco della provincia sono gli aspetti che si ripetono e che soltanto l’abilità e l’ occhio dell’autore riescono a declinare in maniera inedita. Proprio come il caso di Castoldi.

Lombardo della Lomellina e residente nell’alessandrino, Castoldi riassume nella sua scrittura le peculiarità di queste due anime così prossime, unite dallo sfumare delle nebbie. Una storia ancorata all’oggi, attuale, concreta come concreto è il protagonista, quel Dante Ferrero che si gusta il mondo come si gusta un panino col salame innaffiato da barbera. Un “occhio” letterario che mi ha ricordato un po’ il Calvino di Marcovaldo e l’umorismo caustico di Guareschi; il tutto ammantato da uno spirito da hard boiled della padana.

Il nuovo Castoldi è un autore da tenere d’occhio.

Fotogrammi di un massacro, di Maurizio Blini

Sinossi (direttamente dal sito dell’editrice)

Cinque donne uccise barbaramente in un centro estetico cinese mettono scompiglio in una Torino sonnecchiante e annoiata. Un massacro senza precedenti che mette in difficoltà la sezione omicidi della Questura subalpina falcidiata dalla malasorte. Già, perché i veri protagonisti delle indagini torinesi, ovvero, il commissario Alessandro Meucci e l’investigatore privato Maurizio Vivaldi, sono fuori gioco. Il primo, trasferito ad Asti per incompatibilità ambientale, il secondo, rinchiuso in carcere con l’accusa di omicidio.

Sullo sfondo le contraddizioni di una polizia a geometria variabile, con le sue virtù ma anche con i suoi pregiudizi, limiti, umori e fragilità.

Una storia dalle tinte forti che scava nell’inquietudine dell’animo umano e che saprà rapirvi.

Maurizio Blini appartiene a quella categoria di autori di gialli, noir e polizieschi che possiedono il raro dono di parlare con cognizione di causa. Ex poliziotto, ex investigatore, laureato all’Aquila in scienze dell’investigazione, l’autore possiede un background  completo che gli permette di costruire degli autentici polizieschi.

Fotogrammi di un massacro è il penultimo libro uscito dalla sua penna e in una trama variegata, ricca di sfaccettature attraverso la quale i protagonisti sembrano muoversi come dentro un labirinto: infinite vie da percorrere senza avere un’idea chiara di dove sia l’uscita; ritroviamo un’analisi dell’essere umano e delle sue disperazioni..

Le indagini sono minuziose e viziate da mille e più contrattempi che fanno calare il lettore nello sgomento. Difficile immaginare che la banalità dell’essere umano entri così in gioco nello svolgimento della vicenda ma questa è la cifra di Blini. L’elemento umano, la quotidianità, la banalità non sono cornici ma ingredienti che influenzano il quadro generale e tutto ciò contribuisce a un realismo davvero raro.

Le odissee umane che si intersecano sullo sfondo di un inspiegabile e cruento pluri omicidio  emergono con disarmante semplicità e costruiscono uno scenario talmente vicino al vivere reale da risultare imbarazzanti.

C’è un tratto neo realista in Blini che attraversa tutti i suoi libri e che alterna commedia e tragedia con la stessa leggera casualità che è tipica della vita. Ha uno stile pulito e lineare, a tratti colloquiale, la lettura sembra scorrere come una chiacchierata.

Sullo sfondo il mondo che cambia, la fisiognomia umana e sociale delle nostre città, la consapevolezza di una trasformazione che non può più essere ignorata, tanto meno e sopratutto dai tutori dell’ordine.

La definizione di poliziesco, per i romanzi di Blini è corretta e coerente come per pochi altri libri di genere. Avendo vissuto in prima persona il decorso della Polizia di Stato da corpo militare a organismo dipendente dal Ministero degli Interni, l’autore ha ben chiari i processi interni al corpo, i pregi, i difetti e le contraddizioni che emergono specialmente in un’epoca complessa come la nostra.

Vivere e morire a Los Angeles, di William Friedkin

Trama ( fonte:trovacinemaRepubblica.it)

Per vendicare la morte di un collega anziano in gergo: il suo “gemello” l’agente federale Chance (W.L. Peterson) dà la caccia al pittore falsario Masters (W. Dafoe), aiutato dal nuovo “gemello” Vucovich (J. Pankow), seguendo una sola regola: quando ti hanno ammazzato il migliore amico, non esistono regole.

Il successo di una serie come True Detective sembra aver risvegliato anche in ambito televisivo e cinematografico l’interesse per il giallo/noir. Interesse invero mai passato del tutto ma attraversato come tutte le narrazioni longeve da periodi di flessione.

Gli anni ’80 del secolo scorso avevano visto una notevole produzione di cinema di genere e tra essi, thriller, polizieschi e noir presentavano una fetta sensibile dei titoli usciti. Grazie al noir c’era stato l’esordio fulminante dei fratelli Coen con Blood Simple, il successo di cassetta della serie di Beverly Hills cop con Eddie Murphy, l’avvento di un nuovo modo di fare serial con Miami Vice. Gli anni ’80 erano un frullatore nel quale musica, nuovi linguaggi, edonismo reaganiano e velocità si centrifugavano costruendo un immaginario che cercava di esorcizzare le inquietudini di fine millennio ed esaltare un modello che non resse il decennio.

Negli anni ’80 uscì anche uno dei migliori noir di William Friedkin, Vivere e morire a Los Angeles (To live and die in L.A.).

Su Friedkin ci sarebbe da scrivere un saggio, non certo solo un misero post. Regista dall’occhio personale unico, tecnica impeccabile e con una capacità rara di costruire un realismo nello stesso tempo così tangibile e anche allucinato. Con Il braccio violento della legge aveva infranto la narrazione canonica del poliziesco/noir al cinema, costruendo contemporaneamente un racconto straordinariamente vero senza rinunciare all’aspetto “fantastico” dello strumento cinematografico con momenti di tecnica registica da annali della storia del cinema.

Con Vivere e morire a Los Angeles si ripete l’operazione attualizzandola al decennio in corso anche se a una visione fatta oggi, ci si accorge di quanto bene è invecchiato.

Come risaputo, il soggetto è ricavato dall’omonimo romanzo di Gerald Petievich, un agente segreto che aveva sfruttato la sua esperienza per dare spessore e verosimiglianza alla sua opera.

Friedkin apre con un prologo esplosivo (in tutti i sensi) e racconta la città abbandonando totalmente tutti i clichè, gli stereotipi e i paesaggi da cartolina della città degli angeli. Los Angeles emerge attraverso panorami lividi, colori saturati, una dimensione temporale spiazzante, dove le giornate appaiono perennemente in bilico tra alba e tramonto, in una ideale twilight zone che è anche la dimensione psicologica nella quale vivono tutti i protagonisti della vicenda. Una lezione cromatica che lascerà il segno (mi sovviene Colors, su tutti) L’assenza di linee di demarcazione è l’ambiguità di fondo che contraddistingue tutto il film. L’ordine è una crosta sottile che s’infrange al minimo tocco, la vendetta va oltre il rispetto delle leggi, anche da parte di chi ne deve assicurare i valori.

E’ un mondo moderno ma contraddistinto da codici tribali quello di Friedkin ed è una dualità che attraversa un po’ tutta la filmografia; basta pensare anche all’immersione nel vivere quotidiano che si racconta nell’Esorcista se non ché l’intrusione del soprannaturale giunge da un remoto e inquietante passato.

In una sequenza, l’agente Chance ( anche certi nomi hanno sicuramente una loro valenza) affronta per scommessa il base jumping dalla cima di un ponte e il gesto sembra avere tutte le valenze di un rito di passaggio, simile a quello degli indigeni Vanuatu. E la metropoli che si mostra nello scenario iper realista di Friedkin appare polverosa, sporca, desolata e macilenta. L’antitesi della solarità patinata di Beverly Hills. Gli slums che si estendono sotto l’aria torrida e ronzante di mosche possono essere benissimo la periferia di Soweto, le favelas brasiliane o le macerie pullulanti di vita degradata di Calcutta. La globalizzazione più spietata emerge da un’urbanistica spietata.

Nella versione italiana, il compare di Chance è chiamato “gemello” a sottolineare il rapporto quasi simbiotico che s’instaura tra i poliziotti e quando l’anziano è ucciso durante una missione in solitaria, la metabolizzazione del lutto di Chance dura tutto il film. Il nuovo gemello, John Vukovich, faticherà a trovare un’armonia che riuscirà a raggiungere soltanto con un durissimo contrappasso e questo senza dimenticare il rapporto duale che Chance instaurerà con Eric Masters (William DeFoe) artista e falsario dal carattere mefistofelico, simbolo del rapporto ambiguo tra arte e falsificazione.

Il film è stato girato con uno stile veloce, adrenalinico e un montaggio serrato. A dispetto di tanti iper tagli di oggi, troppi montatori dovrebbero andarselo a rivedere per imparare il concetto di “velocità”.

Non c’è tregua ne respiro. Friedking ha mantenuto uno stile concitato come pochi tenendo per buoni quasi sempre i primi ciak. In alcune sequenze, il regista aveva ripreso gli attori dicendo loro che era una prova mentre invece li filmava. L’immediatezza del racconto si percepisce anche dal girato, tutto diretto “on location” e con pochissima post produzione, eccetto il montaggio.

Una nota a parte la merita la colonna sonora, a opera dei Wang Chung, band di buone promesse all’epoca che confeziona un commento musicale perfetto, rapido, rabbioso e dinamico. Peccato siano caduti nel dimenticatoio.

Rifatevi le orecchie…

Produzione indipendente blasonata, con attori di livello, William Petersen, William DeFoe, un John Turturro al suo debutto, Vivere e Morire a Los Angeles è senza dubbio uno dei migliori noir degli anni ’80 oltre che miglior film del periodo. Assolutamente da recuperare per apprezzarne tecnica, longevità e la sempre sbalorditiva capacità autorale di Friedkin, impermeabile a mode e tempi.

Pilgrim, di Terry Hayes

Dalla quarta di copertina: Una missione impossibile, un delitto senza colpevoli, un nemico inafferrabile: giallo, avventura e spionaggio si fondono nel caso più complesso che Pilgrim — nome in codice di uno degli agenti più abili dei servizi segreti americani — abbia mai affrontato. Pilgrim è giovane, ma dopo l’11 settembre il suo mondo è così profondamente cambiato da indurlo a uscire di scena. Impossibile. Richiamato in servizio per sventare il rischio che un’arma biologica spaventosa venga innescata negli Stati Uniti e da lì esploda in tutto il mondo, si troverà di fronte all’avversario più astuto ed elusivo che abbia mai incrociato, un uomo che come lui agisce per ragioni profonde e come lui reca profonde ferite nell’anima: il Saraceno. Uno scontro di mondi, di tecniche, di personalità che darà un nuovo senso al mestiere di Pilgrim. Thriller e spy story sono generi che affollano i vertici dei best sellers ed è veramente raro scrivere qualcosa di inedito nel campo. Proprio per questi motivi, quando mi ritrovo davanti all’ennesimo titolo, difficilmente vengo preso dall’ansia della scoperta. Prima di Pilgrim. L’opera prima di Terry Hayes si è rivelata una scoperta stupefacente e non ho troppe remore nel ritenere questo romanzo, lo stato dell’arte moderna nel genere spionistico. Le vicende narrate da Hayes affondano le radici nella cronaca più recente e scomodano un mosaico di mondi e situazioni che s’intrecciano per le vie del mondo dove la globalizzazione senza confini, l’estremismo islamico, la manipolazione genetica, il terrore pandemico, Echelon, i cartelli della droga di qualsiasi nazione e l’alta finanza interagiscono e si compenetrano tra loro senza soluzioni di continuità. Pilgrim ci racconta la faccia oscura del pianeta Terra e lo fa con una capacità di resa della suspence e una complessità d’indagine dalle quali è veramente difficile non rimanerne magneticamente invischiati. Dimentichiamo le classiche spie: non è James Bond ma neanche Smiley. Pilgrim è un personaggio potente, inedito e inaspettatamente credibile. Violento ed efficiente come Jason Bourne, analitico, profondo e intelligente come Sherlock Holmes. Un giovane laureato in medicina, ex tossico, figlio adottivo di una famiglia ricca e potente svolge le sue mansioni con fredda determinazione ma i tormenti e la stanchezza che un simile stile di vita inducono non sono mai accantonati. Pilgrim non è un paladino della giustizia e della democrazia. Fortunatamente, il romanzo, che poteva pericolosamente prestarsi a letture pseudo patriottiche o antipaticamente politiche, è sufficientemente smaliziato. Le ragioni di stato degli USA sono mostrate come tali: interessi di potere contrapposti ad altri interessi di potere. Nessun idealismo ma solido, americanissimo pragmatismo. I metodi utilizzati nella guerra al terrore inducono a loro volta altro terrore. Ancora più inquietante è la figura del Saladino. Estremista islamico la cui genesi ci viene dettagliatamente raccontata attraverso la ricostruzione minuziosa e difficile del suo decorso con competenza e plausibilità. Un avversario pericolosissimo, straordinariamente intelligente, lucidamente votato alla Jihad. Il nuovo volto del terrorismo: scheggia impazzita con una preparazione straordinaria e una capacità di adattamenteo e inventiva che solo povertà e disperazione possono far nascere. Noi creiamo i nostri nemici e la specularità delle figure di Pilgrim e del Saladino ne sono la prova sul campo. Il romanzo racconta questa complessa  caccia all’uomo in quasi novecento pagine che si bevono tutte d’un fiato. Raramente mi sono ritrovato davanti a una scrittura così adrenalinica e incalzante e quasi mai perde ritmo nonostante la notevole lunghezza. Le capacità d’indagine e di analisi dell’agente Pilgrim sono piccoli gioielli di avanzata investigazione, alcune intuizioni sono realmente sbalorditive e il tutto senza perdere di vista una coerenza di fondo che mantiene tutta la vicenda incredibilmente compatta, nonostante la vastità degli scenari che entrano in gioco. Dalla New York post 11 settembre all’Arabia Saudita, dall’Afghanista dei signori della guerra alla Svizzera delle banche; dalla Turchia crocevia di due mondi all’Italia, raccontata per un volta con inaspettato realismo ma senza scadere troppo nelle consuete critiche alla disorganizzazione e al pressapochismo. (La parte ambientata a Firenze è una boccata d’aria fresca dopo tanti stereotipi). La straordinaria varietà di temi, una capacità rara di mantenere così alta e così viva l’attenzione nel lettore, fanno di Pilgrim una dei thriller migliori che mi sia capitato di leggere da tempo.

La versione in ebook su Amazon si scarica, qui, all’interessante prezzo di euro 9.99

Assolutamente consigliato.

Risaia crudele di Alessandro Reali

Sinossi dal sito dell’editore Frilli:

“In tempi di guerra la povera gente cerca di sopravvivere alle brutture e alle angherie dei più forti e prepotenti con la forza della disperazione. La fame e la miseria esacerbano il dolore ed esaltano le sofferenze sino all’esasperazione, portando alle estreme conseguenze i sentimenti, le scelte e le azioni. Poi tutto passa e sfuma, si dissolve nella nebbia e sembra sparire… Finché un giorno, una lettera inaspettata riapre antiche ferite e catapulta il pensiero nel vortice torbido del passato. Inizia allora un lungo viaggio nei luoghi (dai vigneti della California alle risaie della Lomellina) e a ritroso, nel tempo, attraverso i labirinti delle gelosie, dei desideri di vendetta e di gesti efferati. In un borgo tenuto ormai in vita solo da un rinomato ristorante e dallo scorrere inesorabile del suo fiume, Lisandro ripercorre con il ricordo quei terribili giorni dell’inverno tra il 1944 e il 1945, quando si consuma la tragedia che segnerà per sempre il suo destino. In un torrido pomeriggio d’agosto, a distanza di più di cinquant’anni da quegli eventi, tra le risaie della sua terra, nel piccolo cimitero di Casoni Borroni, rivivono negli occhi e nei ricordi del vecchio Lisandro le vite di Cristina, don Dalmazio, Leone, Santino, Modesta, dell’allora giovane Lisandro… e di tutte quelle figure che la memoria si è portata via, trasportata dalle acque inarrestabili del fiume Agogna”.

Parlare dei libri di Alessandro Reali significa parlare della Lomellina. Un territorio storico e geografico a cavallo tra Piemonte e Lombardia con peculiarità che ne hanno sempre influenzato vita e cultura. Una zona difficile, contraddistinta da vaste risaie e in conseguenza da un clima particolarmente umido e ostico.

Una durezza forgiata da una visione cupa e pessimista sembra ammantare ogni cosa, in Risaia crudele, a partire dal titolo. Reali scrive un noir, anzi, viste le vicinanze, lo definirei un neir, pervaso da uno spirito pavesiano, dove gli strali dell’esistenza non danno tregua a nessuno. Rievocando uno dei periodi più difficili e violenti della nostra storia recente, Reali racconta la rabbia tellurica, il rancore bruciante che ardeva negli animi dei lomellini nel terribile inverno 1944/1945 dove l’aria gelida di una imminente resa dei conti, sembrava sbrigliare vendette e rivalse. Tutti contro tutti tra i vicoli e le case ammantate di gelo e di nebbia tra i paesi della Lomellina.

E’ una lettura cupa e famigliare, quella di Reali. Territorio e protagonisti sono saldamente legati, empatici. L’intreccio di Risaia crudele altalena tra l’oggi e il passato e ci si rende conto che il tempo non è un lenitivo delle ferite del’anima.

Il marchio di questa rabbia, segna tutti i protagonisti del romanzo. La tragedia diventa così diffusa e onnipresente come le nebbie che si levano dalle risaie; si respira implacabile senza che nessun simbolo diventi rifugio dal quale trarre sollievo: gli uomini, le donne, le istituzioni; tutti portano sulle spalle e nelle coscienze il peso degli eventi.

E’ scritto con un ritmo dolente, Risaia crudele. Reali ha uno stile che si sta evolvendo e che riesce a essere duro e secco ma senza una vera furia che invero, sarebbe stata superflua. Mostra anzi una dolcezza, una pietas verso i suoi personaggi che altri autori non riuscirebbero a tirare fuori. Vuoi perchè risulterebbero melensi oppure perchè le loro parole perderebbero mordente. Nel caso di Reali, questo mordente emerge con lentezza, si dipana come una meta lontana e sfuggente che si palesa tra le foschie della Lomellina come il sogno di ogni uomo che calca queste terre.

La variabile Costante di Vincenzo Maimone

Sinossi dal sito dell’editore Frilli:

L’efferato delitto di una giovane donna scuote la tranquilla routine settembrina della cittadina barocca di Acireale, adagiata ai piedi dell’Etna. La pista privilegiata è quella del delitto passionale, della lite domestica, una come tante, degenerata in assassinio.Ma forse le cose non stanno proprio in questi termini. Le vicende personali e professionali di Tancredi Serravalle, docente di Storia e Filosofia, incalzato dalla nuova preside, ossessionato dai programmi ministeriali, pungolato senza sosta dall’ironia irriverente del suo demone socratico, e del commissario Giacomo Costante, pendolare per amore della sua passionale dirigente di banca, si intersecano, intrecciandosi in una trama intensa che funge da pretesto per fotografare uno spaccato di realtà e suggerire alcuni spunti di riflessione sulla frenesia della società contemporanea. Una serie di circostanze contingenti, di più o meno fortuite variabili, come pure la morte nel capoluogo lombardo di un pregiudicato, vecchia conoscenza del commissario, spingerà Giacomo Costante ad allargare il fronte geografico e investigativo delle indagini e ad occuparsi di palestre, locali di lap dance, aguzzini ucraini e traffici illeciti tra Acireale e Milano. Un intreccio che coinvolgerà, apparentemente suo malgrado, anche il professor Serravalle

Sono più di una le varibili costanti che affiorano da questo giallo dalle molteplici sfumature. La principale è l’assoluta relatività del quotidiano e di come tra le sue pieghe, lo straordinario si ritrova con effetti drammatici.

Dal più classico degli spunti gialli -l’assassinio di una giovane e bella ragazza- si dipana una vicenda che tange gli aspetti più disparati dell’oggi in un ordinato caleidoscopio di mafia, delinquenza dell’est,  spaccio e  distribuzione di sostanze anabulizzanti, il giro delle palestre e dei locali di lap dance fino alle problematiche del mondo della scuola e la globalizzazione delle relazioni, che avvicinano la splendida e barocca Acireale, la dinamica e un po’ schizofrenica Milano e la lontana Ukraina.

I due protagonisti sono diversi ma non contrapposti. Giacomo Costante (nomen omen) è un commissario della Polizia di Stato, uomo d’ordine che tiene fede al suo cognome, pacato, rigoroso, riflessivo. Un uomo che sembra aver fatto della ricerca di un equilibrio, di una simmetria, una ragione di vita. In tutta questa sua ambizione all’armonia, si ritrova a vivere una storia d’amore con una donna, Carla, che vive a Milano, costringendolo a un dolce pendolarismo; un nomadismo del cuore che si contrappone a un’altra transumanza ben più drammatica, quella che vede l’intreccio ormai senza frontiere della malavita organizzata.

Tancredi Serravalle è invece un professore di filosofia che di fronte al kaos potenziale che sembra sempre pronto a travolgere le esistenze di tutti, antepone la sua visione del mondo, perennemente messa a fuoco dalla sua disciplina d’elezione, la Filosofia. Il suo approccio però non è ne etereo o avulso dalla realtà che vive. Lontano dagli stereotipi, Serravalle è apparentemente un uomo qualunque che per vocazione inconscia e amicizia si ritrova invischiato nei casi di Costante. Se il commissario è il personaggio che permette lo sviluppo più propriamente giallo e poliziesco delle trame di Maimone, Tancredi è la lente che permette di cogliere le diverse sfaccettature che l’autore vuole mostrare. Il suo essere insegnante lo mette di fronte alla complessa problematica del mondo scolastico, dei contrasti che portano l’avvicendarsi di riforme nel mondo dell’istruzione e per assurdo sembrano pregiudicare il fine ultimo e più alto della scuola: la formazione di futuri cittadini acculturati e preparati ad affrontare il mondo. Un uomo qualunque che smentisce dunque l’aggettivo. Che attraverso la sua apparente “normalità” riflette, considera, s’interroga e investiga. Regista occulto di tutte le azioni di Tancredi è il suo personale Demone Socratico. Suggeritore ironico e sarcastico che tenendo fede alla sua natura, si erge a sorta di grillo parlante filosofico del nostro co protagonista.

Non credo che sia casuale che in matematica, grandezze costanti e variabili portano alla proporzionalità. La proporzione come risultato della collaborazione dei due personaggi principali.

La scrittura di Maimone è linda, lineare. Scorre con apparente leggerezza picchiettandola occasionalmente di descrizioni evocative dei luoghi e delle atmosfere. Anche nelle singole parole si respira quella “normalità” mutevole e ingannevole che contribuisce a calarci senza nemmeno rendercene conto nella tragica complessità del divenire.